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Psicopatologia e Tragedie Greche

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INTRODUZIONE

di Paola Argentino

 Tragicità dell’esistenza e palingenesi terapeutica

Interrogarsi sul “tragico”             

è abisso e tormento

perdersi nel senso

dell’esistenza e del soffrire.

E’ implorazione e bestemmia a Dio,

affanno e lotta e urla di dolore.

Agognata invocazione dell’altro,

palingenesi di un “contatto”

relazionale, profondo e vitale,

che rigeneri nelle devastazioni

della vita, dalle rovine,

la dignità dell’essere umano.

                             

La funzione etica del dolore

La  riflessione sulle tragedie greche ci rimanda alla tragicità dell’esistenza nostra ed altrui, e ci può aiutare a recuperare quella dimensione della cura che Heidegger traduceva soprattutto nella capacità di offrire al dolore l’ascolto e la memoria.

L’ascolto dell’inudibile, in particolare l’ascolto del “needless pain”, dolore inutile, senza scopo, è compito etico primario di coloro che hanno scelto di “prendersi cura” della sofferenza altrui in modo totale, non solo del corpo. In un’ottica gestaltica, squisitamente relazionale e olistica, l’attenzione alla globalità della persona e dell’ambiente in cui vive, apre uno scorcio sull’indicibile –  il dolore profondo non ha molte parole per dirsi – e traccia i percorsi di una rigenerazione terapeutica.

Così, interrogarsi sul “tragico”, sulla dimensione drammatica dell’esistenza, diventa quesito terapeutico ed esperienza di crescita, all’interno della quale il dolore esercita una funzione etica: sanare la frattura tra l’indicibile e l’inudibile.

Alla base di questo processo di cura, dinanzi alla distruzione che porta il “needless pain”, c’è la costruzione di  strutture di conoscenza che diano al dolore la possibilità di esprimersi, al di là della limitatezza delle nostre interpretazioni.

Sul costrutto di base che la funzione del dolore è sul piano biologico quella di segnale di allarme, e sul piano psicologico di spinta motivazionale al benessere, l’International Association for the Study of Pain (1) classifica come “needless pain” i dolori intrattabili sul piano clinico e devastanti sul piano psicologico e sociale. Di conseguenza tutte le sindromi algiche di tipo progressivo,  cronico, sistemico ecc., vengono classificate come “needless pain”, non rispondendo ai criteri interpretativi né di segnale di allarme, nè di cura e recupero di uno stato di benessere e di salute.

Per capire l’esperienza tragica occorre trascendere il limite interpretativo della medicina occidentale, ed avvicinarsi di più al concetto di “dolore totale” coniato da Saunders (2) per indicare quella esperienza dolorosa  che non ha tempo né durata, non è reversibile e non serve per cercare o trovare una risposta terapeutica. In queste situazioni esistenziali l’impotenza del terapeuta di fronte alla risoluzione del dolore del paziente spesso determina quella frustrazione che, in fondo, è il prodotto sanguinante della sua ferita narcisistica. Forse solo in questo contesto si può accettare il termine di “dolore inutile”, come esperienza quindi di inutilità del terapeuta, che vive il sogno/delirio onnipotente di eliminare il dolore, tipico della cultura occidentale. […….]


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