L’11 settembre è un momento spartiacque, non solo per la storia mondiale, ma anche per la ricerca sulle dinamiche relazionali. Importantissimo, dunque, per chi opera nel mondo del prendersi cura. Secondo il prof. Giovanni Salonia, l’essere umano si relaziona a seconda del contesto in cui vive, determinando l’instaurarsi di un Modello Relazionale di Base che assolva di volta in volta al compito di privilegiare una delle due spinte necessarie all’uomo: l’appartenenza e la individuazione. Il Modello Relazionale di Base «si fonda sul presupposto secondo cui ogni società, per rispondere alle esigenze della propria sopravvivenza, decide la priorità tra individuo e società assegnando, a seconda del contesto, il primato all’uno o all’altra» (Salonia, 2014). «Quando una società vive la percezione immediata e condivisa di un pericolo imminente per la propria sopravvivenza (la guerra o la fame, ad esempio), è portata in modo spontaneo a privilegiare il senso di appartenenza e a mettere in secondo piano l’autorealizzazione del singolo […] Appaiono chiari i vantaggi dell’essere uniti contro un pericolo comune, diventa facile e naturale ubbidire al capo (percepito come il più competente nel salvare dal pericolo) e creare ruoli e gerarchie. Si sperimenta forte e prioritario il valore del gruppo» (Salonia 2017): è il Modello Relazionale di Base di tipo Noi. «Significativamente differente è il MRB/Io, che si sviluppa spontaneamente quando in un gruppo non si ha la percezione condivisa di un pericolo […] In questo contesto le spinte centrifughe si rafforzano progressivamente e provocano l’allentarsi e il graduale venir meno delle spinte all’appartenenza, mentre emerge prepotente l’interesse per se stessi e per la propria autorealizzazione» (Salonia, 2017). Ma ecco che l’11 settembre, in pieno mondo soggettivistico, capovolse di punto in bianco gli stati d’animo. «Dopo l’attacco alle torri gemelle, New York era tappezzata da scritte che inneggiavano al Noi: United we stand» – narra il Salonia, trovatosi a New York proprio pochi giorni dopo l’attentato. La storia stava confermando le sue tesi. Le modalità relazionali, le sofferenze e le patologie non possono essere lette senza questo orizzonte storico-sociale che fa ad essi da cornice e che ad essi dà senso. La pandemia confermerà ancora queste teorie e dopo un iniziale ritorno al Noi, sarà sempre più chiaro che è un Noi nuovo quello che stava nascendo: se è vero che «ogni emergenza ci ridà il Noi ci ridà la bellezza di cantare assieme che l’Italia si è desta o – con ottimismo – di cantare ‘Azzurro’! […] è necessario, onde evitare equivoci, ed importante sottolineare che il Noi che nasce dalla paura non è il Noi della reciprocità (l’andare all’altro quando si sta bene). […] Un Noi che cerca sicurezze rischia di chiudersi al bisogno dell’altro e di diventare un Noi contro un Voi. […] Dopo il sentirsi uniti… si tornerà al proprio individualismo se l’esperienza non avrà inaugurato cammini di reciprocità e di accoglienza» (Salonia, 2020). La storia continua, la ricerca va avanti, con l’obiettivo unico di contribuire al benessere personale e sociale.

Agata Pisana