SUMMERSCHOOL 2023

Riconoscere i volti dell’amore, dietro e oltre le maschere della vita, sarà il tema della Summer School 2023 sulla Spiritualità del prendersi cura, organizzata dall’Istituto Nino Trapani in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Nel solco tracciato dal pensiero di Pirandello – “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai molte maschere e pochi volti” – analizzeremo l’esperienza dell’uso delle mascherine sanitarie per la pandemia e il paradossale conseguente “smascheramento” delle fragilità e incongruenze dell’essere umano nell’alterare gli equilibri della natura.
Rileggeremo le maschere greche come pura espressività emotiva, di quel pathos dalla bocca spalancata che amplificava la voce della smorfia di dolore dell’attore tragico. Nelle piattaforme digitali siamo tutti ‘entrati in scena’, come attori che hanno usato il volto come maschera sociale ed il resto del corpo come spazio intimo. Un esempio? Le lauree da remoto: volto compito, giacca e cravatta visibili nello schermo, tuta e pantofole sottostanti!
Pirandello parlava di “recita del mondo”, di una umanità che vive in un perenne palcoscenico, di scissione schizofrenica tra l’essere e l’apparire. Come vedremo, le neuroscienze ci aiuteranno a ridare unità e senso a tutto ciò nel collegamento funzionale volto-cuore-respiro-viscere dalla teoria polivagale al connettoma neuro-psico-sociale.

Vi aspettiamo a Siracusa nel fine settimana dall’1 al 4 giugno 2023.

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Follia e legami d'amore nelle tragedie greche da Antigone ad oggi

Eugenio Borgna

Eugenio Borgna si avvale della fenomenologia al fine di fare riemergere l'arcipelago di emozioni che attraversano la tragedia sofoclea, ancorandosi ad alcune linee tematiche: il tema della parola e del silenzio, della solitudine e del dialogo, del femminile e del maschile, dell'amore fraterno e della passione, della morte e del suicidio, non dimenticando le straordinarie parole di Simone Weil: “Nel supplizio della croce c'è qualcosa di analogo a quello afflitto ad Antigone, murata viva”. Anche a distanza di venticinque secoli, Sofocle, e in particolare la sua tragedia su Antigone, continua a destare interesse ed emozioni senza fine. Senza dimenticare il conflitto tra le leggi dello Stato e quelle della coscienza, Borgna fa riemergere ancora alcune delle sconvolgenti emozioni che Sofocle attribuisce ad Antigone: l'angoscia e la paura, la tristezza e la nostalgia, la delicatezza e la mitezza, la speranza e la disperazione. Guardando ad Antigone come ad una tragedia, si parla della sua follia, una follia mite che è la sorella infelice della poesia e che ha in sé valori sconfinati come quelli che la tragedia fa rinascere dinnanzi ai nostri occhi e ai nostri cuori.

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The “Hard Problem” The Mind in its Labyrinth - Il "problema difficile" (la mente nel suo labirinto)

Ernesto Burgio

La mitologia greca è un labirinto, di destini che si incrociano e si trasformano. Di metamorfosi. Le figure del mito vivono molte vite e molte morti, a differenza dei personaggi della narrativa che sono vincolati una volta per tutte al destino che l’Autore ha disegnato per loro. In ciascuna di queste vite e di queste morti sono compresenti tutte le altre, risonanti tra loro. Ma nessun personaggio del mito greco - uomo o donna, eroe o dea - ebbe tanti destini diversi e tante morti come Arianna. Le sue diverse morti sono il simbolo di uno mistero sacrificale. Abbandonata da Teseo, Arianna muore suicida; o trafitta da una Freccia di Artemide per ordine di Dioniso; o, incinta di Teseo, naufragata a Cipro, muore tra le doglie del parto; o raggiunta da Dioniso a Nasso lo segue come amante guerriera nelle sue tremende imprese tra le schiere delle baccanti, fino a quando Perseo sollevando nell’aria dinanzi a lei il micidiale volto di Medusa non la pietrifica. Ma cosa paga Arianna? L’aver tradito Dioniso per Teseo, il Dio per l’uomo? Improbabile perché Dioniso e Teseo sono piuttosto complici che rivali. E del resto, in un’ennesima versione (metamorfosica) del mito, Dioniso trasforma Arianna in costellazione. No, Arianna paga per essere stata complice di Teseo non solo nell’uccisione del Minotauro, ma nella sfida a Ananke. Tutta la mitologia greca ha come sfondo terribile la Dea senza volto che domina su uomini e dei. La si può sfidare, ma non si può uscire dalla sfida indenni. Un elemento importante, raramente analizzato a fondo è il Filo. Le metafore tessili non mancano nella mitologia ellenica: le tele di Aracne e Penelope, ma anche i fili tessuti dalle Parche e il filo della necessità di Ananke. Collegata all’uccisione del Minotauro e all’uscita dal Labirinto il filo di Arianna sembra rappresentare la Ragione (come alcune metafore linguistiche - il filo del discorso, il filo del ragionamento, un filo di speranza, ma anche tessere/tramare un inganno - sembrano indicare). La Ragione può aiutarci a dominare la bestia che è in noi e ad uscire dal labirinto. Ma, come qualsiasi filo, può al contempo unire o legare, liberare o imprigionare. La vittoria ottenuta dalla “sola” Ragione potrebbe rivelarsi illusoria, come suggerisce la fine di Icaro (che è anche controfigura di Prometeo). Non si può lottare contro gli Dei. Tantomeno contro la Dea più potente: Ananke.
Il mito e il simbolo del labirinto domineranno l’immaginario occidentale, da Plutarco a Borges a Umberto Eco. Ma qui il Labirinto sarà anche la Biblioteca: metafora dell’Universo e della Mente che infinitamente lo crea.

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Il silenzio di Thanatos

Daniela Lucangeli

Lo studio approfondito delle cosiddette emozioni primarie, in ultima analisi ancestrali ed estremamente importanti e potenti nell’ambito dello sviluppo del nostro sistema nervoso e della psiche ha permesso di riconoscere il ruolo fondamentale che alcune di queste hanno anche nell’ambito delle suddette patologie. Forse la più importante studiata di queste emozioni primarie è la paura: un’emozione fondamentale che per milioni di anni ha permesso agli animali che ci hanno preceduto e poi ai nostri antenati di riconoscere i pericoli e di affrontarli nel modo migliore. 
L’attivazione emozionale è connessa a scopi a lungo termine all’interno del contesto sociale e sono legate ad aree cerebrali filogeneticamente più evolute quali la corteccia prefrontale mediale (Gilead et al 2016).
Per una declinazione storico-culturale nel mondo occidentale del concetto di morte dobbiamo rifarci all’analisi di Ariès la quale presenta il susseguirsi di continue trasformazioni, nel corso della storia, di rappresentazioni sulla morte e una conseguente modificazione della percezione da parte delle persone. Si parla del passaggio da “morte addomesticata” caratterizzata da serenità, come evento naturale, fino ad arrivare alla “morte proibita” dove diviene un vero e proprio tabù; la vita deve rimanere in ogni caso qualcosa di felice ed il solo pensiero della morte rovina la presente visione romantica dell’esistenza (Ariès & Vigezzi, 1978).
Uno degli elementi di maggiore criticità è il silenzio educativo rispetto a una delle paure ancestrali quali la paura della morte. È importante essere consapevoli, come adulti, che vi sia una progressiva consapevolezza del concetto di morte anche nell’infanzia. Per una totale comprensione del costrutto occorre essere coscienti di cinque sub – componenti analizzate in letteratura: non functionality, irreversibility, universality, casuality, personal morality (Spaeece & Brent, 1984). “All'età di 10 anni, la maggior parte dei bambini concettualizza la morte come un evento fondamentalmente biologico che inevitabilmente accade a tutti gli esseri viventi ed è in definitiva causato da una rottura irreversibile del funzionamento del corpo” (Slaughter & Griffiths, 2007, p. 526). Esiste una certa variabilità essendovi dei fattori che influenzano la comprensione: il livello di sviluppo cognitivo (Manhon, 1993), il quoziente intellettivo (Orbach, Gross, Glaubman & Berman 1986), l’ambiente e la cultura (Candy-Gibbs, Sharps, Peturn, 1985) oltre l’aver avuto esperienza diretta con la morte stessa (Jay, Green, Johnson, Caldwell, & Nitschke, 1987). Da uno studio condotto da Slaughter & Griffiths nel 2007 è emerso come ai bambini in grado di dare significato alla morte come un evento biologico fossero associati minori livelli di paura verso la morte stessa rispetto a bambini con un’acquisizione del concetto di morte meno matura. Ne conseguono quindi importantissimi risvolti clinici e educativi; è una prova empirica secondo la quale è corretto indicare a genitori, educatori o insegnanti di discutere con i bambini in termini veritieri, biologici, non ambigui e concreti per quanto riguarda la morte. L’obiettivo di questa presa di consapevolezza è quella di portare gli adulti tutti a riflettere maggiormente sugli aspetti profondi dell’elaborazione del dolore e della morte stessa anche con i più piccoli.



BIBLIOGRAFIA:

  • Ariès, P., & Vigezzi, S. (1978). Storia della morte in Occidente: dal Medioevo ai giorni nostri. Rizzoli.

  • Candy-Gibbs, S. E., Sharp, K. C., & Petrun, C. J. (1984–1985). The effects of age, object and cultural/religious background on children’s concepts of death. Omega: Journal of Death and Dying, 15(4), 329–346.

  • Jay, S. M., Green, V., Johnson, S., Caldwell, S., & Nitschke, R. (1987). Differences in death concepts between children wither cancer and physically healthy children. Journal of Clinical Child Psychology16(4), 301-306

  • Mahon, M. (1993). Children’s concept of death and sibling death from trauma. Journal of Paediatric Nursing, 8(5), 335–344.

  • Orbach, I., Gross, Y., Glaubman, H., & Berman, D. (1986). Children’s perception of various determinants of the death concept as a function of intelligence, age and anxiety. Journal of Clinical Child Psychology, 15(2), 120–126.

  • Slaughter, V., & Griffiths, M. (2007). Death understanding and fear of death in young children. Clinical child psychology and psychiatry12(4), 525-535.

  • Speece, M. W., & Brent, S. B. (1992). The acquisition of a mature understanding of three components of the concept of death. Death studies16(3), 211-229.

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Per una poetica frattale dell’amore ipermoderno: conversazione intorno a quel che resta del mistero d’amore

Erica Poli

L’era ipermoderna pone, per chi lo sappia scorgere, un interrogativo irriducibile all’amore, alla pulsione, al desiderio e al legame.
Persino più incerta, mistificata e mistificatoria della postmodernitá liquida di Bauman, la ipermodernità segna l’avvento di una solitudine narcisistica e al contempo affollata di narrative social, come di un mondo popolato di ego svincolati dal senso del limite che fa ardere il desiderio e disconnessi dal mistero che preserva la poesia dell’amore.
Frammenti del sentire, sparsi tra wapp e selfie, figli di un vuoto di senso e di sensi, si avvincendano in un tempo spesso senza futuro e per nulla capace di trascendersi nel senza tempo.
Quale amore, quale Eros, quale Agape per i figli di una storia sempre più senza radici e senza identità?
Quale desiderio per la progenie dell’era della techne, verso la rivoluzione digitale, dove la realtà è virtuale, il godimento è consumo, il sintomo è il guasto di una macchina, l’altro è forse un mezzo per il raggiungimento di un obiettivo, piuttosto che l’ignoto specchio che rivela a se stessi?
E poi arriva la globalizzazione del contagio a stigmatizzare i baluardi di questa alienazione nell’analfabetismo del contatto, nella invalidità sensoriale e umana degli umani 2.0.
Al contempo, la dimensione pandemica ha visto il sorgere furtivo di amori che hanno osato crearsi come rifugio dal mondo, come cospirazione a due dall’irriducibile caducità della carne, parentesi, seppur tragicamente temporanea, dalla violenza del mondo, nascondiglio di corpi nei corpi, via dai fantasmi, non solo della morte, ma forse, e persino ancor più, dai fantasmi delle leggi dense della materia.
L’amore, di nuovo, è segreto sotteso al mondo, suo motore, sua sostanza.
E la stessa scienza che pareva aver distrutto il mito e l’invisibile, torna alle trame del sottile mistero.
La geometria dell’infinito in un frattale di Mandelbrot sembra parlare un codice di amore, che ricollega i frammenti del “fractum”, di quel che è stato rotto e interrotto, in una equazione semplice che si ripete nel grande e nel piccolo.
Si fa l’amore come disegnare un frattale, sempre lo stesso atto, gli stessi gesti, ogni volta nuovi: il mistero si illumina e illumina di un senso i sensi di una passione.
Si può tentare, osare, persino pregare, una poetica dell’amore sospesa tra la rugosità del reale e le intercapedini del trascendere, tra arte e scienza, nella co-scienza.
Se l’amore potrà continuare ad essere la sacra follia che abita la natura delle cose, questa è la domanda che scorre sul crinale della forma e delle sue equazioni.

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Le relazioni che curano: dalle neuroscienze sociali alla promozione della salute

Marina Risi

Le specie sociali, per definizione, formano organizzazioni che si estendono oltre l'individuo. 
Queste strutture si sono evolute di pari passo con meccanismi comportamentali, neurali, ormonali, cellulari e genetici per supportarle perché i conseguenti comportamenti sociali hanno aiutato questi organismi a sopravvivere, riprodursi e prendersi cura della prole per un tempo sufficientemente lungo da riprodursi, assicurando così la loro eredità genetica. 
L'isolamento sociale rappresenta una lente attraverso la quale indagare questi meccanismi comportamentali, neurali, ormonali, cellulari e genetici.
L'isolamento sociale ha effetti biologici significativi. 
Circa un quarto di secolo fa, House, Landis e Umberson hanno pubblicato una revisione storica di studi epidemiologici prospettici sull'isolamento sociale negli esseri umani, riferendo che l'isolamento sociale era un fattore di rischio significativo per morbilità e mortalità su larga scala, Particolarmente sorprendente è stato il fatto che l'isolamento sociale fosse un fattore di rischio di morbilità e mortalità tanto forte quanto fumo, obesità, stile di vita sedentario e ipertensione
Studi sperimentali hanno documentato che l'isolamento sociale aumenta l’incidenza dell'infarto miocardico, diminuisce il tasso di sopravvivenza post-ictus a seguito di ictus indotto sperimentalmente nei topi a causa di livelli elevati di proinfiammatori citochine, aumenta l'obesità e il diabete di tipo 2, riduce gli effetti positivi dell’attività fisica sulla neurogenesi dell'adulto, diminuisce l'espressione dei geni che regolano la risposta dei glucocorticoidi nella corteccia frontale.
Insieme, questi studi sperimentali suggeriscono che l'isolamento sociale aumenta il tono simpatico cronico, lo stress ossidativo e l'attivazione dell'HPA mentre diminuisce il controllo infiammatorio, l'immunità e l'espressione dei geni che regolano le risposte dei glucocorticoidi.
Una così ampia letteratura scientifica sugli effetti deleteri della solitudine e dell’isolamento sociale dovrebbe essere presa in considerazione nei programmi di promozione della salute, nella prevenzione e cura delle malattie.

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Antigone: la grazie dell’audacia e l’intuizione del cambiamento

Giovanni Salonia

Nel mare di significati e orizzonti che l’“Antigone” di Sofocle ci dona ho scelto due linee d’oro che attraversano questa che è stata definita ‘la più sublime delle tragedie’ (Hegel). La grazia – che è compostezza elegante e espressione di pienezza umana (Bateson, Goodman) - connota Antigone in ogni sua scelta. Grazia è integrazione delle polarità, grazia come femminilità e sensualità che rimangono luminose in qualsiasi momento del racconto anche quando si tratta di contrapporsi al tiranno ,prima, e, poi, andare a morire. Ma la ‘grazia’ non si chiude in una bellezza passiva ma deve essere generatrice. E si genera con una grazia audace. Se, come sosteneva Goodman, le nevrosi sono mancanza di audacia, la maturità si rivela nell’audacia che placa il cuore e il corpo. Ed ecco che audacia e grazia si confermano e illuminano reciprocamente: una grazia non audace addormenta e un’audacia senza grazia è scomposta e violenta. La grazia dell’audacia è il fascino di Antigone. E’ l’intuito materno che vede i cambiamenti del figlio e dai cambiamenti si lascia guidare. Per questo il corpo della donna che ‘sente’ prima ancora del pensare (che arriva sempre dopo) intuisce i movimenti che sono passi timidi o sgraziati di ogni cambiamento personale e culturale. Antigone ha intuito il cambiamento di un’epoca: sa che la le separazioni nemico/amico, re/popolo non hanno più senso quando si deve costruire la citta. ‘Sono nata per l’amore’ urlerà Antigone: la citta si costruisce e ricostruisce dai legame e non al dall’odio. Ma forse chi governa non ha la sensibilità di vedere i segni dell’alba e di ascoltare i vagiti di una vita che nasce.

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Ordo Amoris e intercorporeità: esserci e divenire nei legami affettivi

Giovanni Salonia

La postmodernità si caratterizza dagli anni '50 in poi come emergenza delle spinte all'autonomia e alla realizzazione personale. I legami non essendo ormai inseriti nella cornice istituzionale perdono la forza coesiva esterna e scontata e diventano desiderio e necessità di ogni individuo. La sfida di coniugare la realizzazione di se stessi dentro un legame é lil compito primario della maturazione personale e relazionale. L'ermeneutica della Psicoterapia della Gestalt pone come istanza di autoregolazione non il Super-Io (istanza esterna) ma la relazione così come si esprime nella teoria del contatto e nella teoria del sé (Ordo Amoris). La pienezza della crescita non si raggiunge , quindi, nell'adattamento alla società né nella autoreferenzialità dell'egotismo ma nel portare a compimento l'intenzionalità di contatto.

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Riscritture ‘gestaltiche’ dell’Edipo

Antonio Sichera

La storia di Edipo è uno snodo nella storia dell’Occidente antico e di quello contemporaneo. Ne sono riprova le tante riletture della figura del re di Tebe, da quella celeberrima di Freud in poi. Della lunga schiera degli ermeneuti di Edipo fanno parte anche alcuni grandi scrittori italiani, tesi a cogliere il senso esistenziale e culturale della vicenda del figlio di Laio nel mondo contemporaneo. Interrogare i testi di Pirandello, di Pavese, di Pasolini in questa luce può dare un contributo alla comprensione del nostro tempo.

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Ifigenia dal silenzio sacrificale al potere salvifico della parola

Paola Argentino

Ifigenia, che nell’Agamennone di Eschilo si situa dentro la ferita di una paternità annientata e tradita, nelle due tragedie di Euripide, ad ella dedicate, va oltre la violenza sacrificale e risplende di una bellezza che illumina, con la saggezza mitica, l’umanità fino alla contemporaneità. Vi narrerò il mito nel nome di una figlia, vittima sacrificale per vincere la guerra, figlia innocente, ignara, ingannata, e persino imbavagliata per costringerla al silenzio. Mi soffermerò su questo silenzio sacrificale come forma di violenza estrema su Ifigenia, che aveva già accettato di immolarsi inneggiando alla patria, tanto più che ella dimostrerà tra i Tauri il potere salvifico della parola. Infatti nelle versioni del mito dove appare salva in Tauride, la dote che più risalta di lei è la parola, la capacità di persuasione, con le quali riuscirà a ottenere da Toante, di cui è prigioniera, la salvezza e il ritorno in patria, per sé ed il fratello Oreste. Il mito di Ifigenia ci consegna una figura femminile meravigliosa, emblema della massima bontà che illumina il tetro folle scenario bellico – allora come ora - con la speranza, nel riconoscimento affettivo salvifico della fratria e del potere della parola persuasiva, del dialogo e del rispetto reciproco.

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Il “mistero” del pianto del neonato e le “avventure epigenetiche” di IRO (Intermediate Reticular Oscillator)

Gianfranco Tajana

All’interno dello scenario della tragedia greca verrà analizzato il pianto  quale linguaggio innato dell’affettività. Del pianto, la vocalizzazione universale dei neonati, verranno descritte e discusse: le reti neurali preposte alla sua produzione, i circuiti connettomici noti o ipotizzati (area motoria supplementare o SMA, regioni frontali inferiori, regioni temporali superiori, mesencefalo, e striato) che mediano la risposta comportamentale di un caregiver ai suoni prodotti da questi circuiti insieme ad una minuziosa valutazione dei sistemi neuroimmuno chimici ed ormonali ed alle firme epigenetiche che vengono poste nel genoma durante lo sviluppo embrionale e nei primi anni di vita.
ll pianto dei neonati, persistente è inconsolabile e angosciante, ma generalmente benigno. I cervelli degli adulti si sono evoluti per diventare ipersensibili ai pianti dei neonati che rispondono allo stress dei genitori piangendo di più, creando così un complesso circolo vizioso. Compito degli operatori sanitari è ridurre l'ansia genitoriale offrendo rassicurazione e un supporto efficace.
La vocalizzazione del bambino costituisce la base fondamentale per l'apprendimento e il linguaggio; le vocalizzazioni predominanti del neonato, i protofoni, sono suoni simili al linguaggio, che vengono prodotti ed elaborati dal secondo/terzo mese di vita e ne rappresentano i precursori sia nei neonati pretermine che in quelli a termine.
Progressivamente i protofoni, durante il neurosviluppo, superano di gran lunga il pianto e il riso e diventano predominanti nel paesaggio vocale infantile e marcano il loro ruolo nell'apprendimento vocale umano e nell’origine del linguaggio.
Le vocalizzazioni dei neonati verranno confrontate con il paradigma che ritiene siano  dei sottoprodotti acustici di una manovra fisiologica (la reazione di compressione addominale che aumenta il ritorno venoso al cuore quando questo è compromesso) per evidenziare le “potenziali insidie" delle interpretazioni antropomorfe delle vocalizzazioni dei neonati.
Sappiamo molto del pianto dei bambini sani e malati, tuttavia non è stato ancora sviluppato un regime di indagine affidabile, che possa essere utilizzato nella routine clinica. La connettomica funzionale, l’epigenetica ed in particolare le caratteristiche spettografiche del pianto potrebbero rappresentare degli utili strumenti diagnostici nella diagnosi precoce delle malattie infantili.

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La gratuità non lega: il legame d’amore con Dio

Gilberto Borghi

La gratuità è una relazione di amore particolare, in cui il voler bene, l’amare, il voler far vivere non è motivato da nulla che sia fuori dall’atto stesso del voler bene. La motivazione unica dell’amore gratuito è l’amore stesso, che non chiede nulla, non si aspetta nulla, non mira a nulla, ma che trae la sua energia di realizzazione dall’atto stesso di amore.
Descritto così è evidente come sia possibile in pienezza solo come atto di Dio. Con ciò si evidenzia come la gratuità sia il carattere specifico che dà corpo alla differenza ontologica tra uomo e Dio. Verranno, perciò indagati i modi, i tempi e le forme, attraverso cui Dio ha esplicato la sua gratuità.
Dapprima si mostrerà come la rivelazione di ciò sia percepita gradualmente, nell’evoluzione biblica, dal popolo Ebraico a partire da un amore di Dio è connotato dal suo strapotere sull’uomo, per poi passare ad un amore di scambio (do ut des) e successivamente ad un amore di misericordia, fino ad approdare, infine, ad un amore totalmente gratuito in Cristo.
In secondo luogo si mostrerà come, però, tale forma gratuita di amore di Dio fosse già presente fin dall’inizio della storia della salvezza, in tutte le sue fasi. A partire dalla creazione, in cui si evidenzia come ciò produca una concezione gratuita dell’essere al mondo, tanto da poter considerare che la vita non ha obblighi, nemmeno quello di mantenersi tale. Poi nell’esperienza del peccato, visto come tentativo dell’uomo di carpire ciò che Dio vuole donare all’uomo gratuitamente, con un movimento umano che tende ad uscire dalla gratuità, ma senza riuscirci. Infine nella redenzione, in cui la gratuità è in grado di spiegare e motivare tutti i passaggi del dramma pasquale, senza bisogno di ricorrere a “espiazioni” o “riscatti”, che esulano dalla dinamica della gratuità.
Infine si mostrerà che la gratuità è la cifra dell’essenza stessa di Dio e perciò la sua immagine nell’uomo deve essere riletta a partire proprio dalla dinamica gratuita di amore che nell’uomo è inscritta da sempre, e che nessun peccato può mai sradicare.

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L'amore sedotto

Giorgio Bonaccorso

Le parole che usiamo sono spesso ambigue per la tendenza polisemica del linguaggio, ma se vi sono due termini esponenzialmente polisemici e ambigui sono proprio «seduzione» e «amore». Nel gergo più diffuso sembrerebbe che la seduzione esprima un atteggiamento molto prossimo all’egoismo e l’amore, invece, all’altruismo. Quante volte, però, con amore si intende qualcosa di tutt’altro che altruistico. Con seduzione, a sua volta, si può intendere l’attrazione che sedimenta intensità e fecondità emotiva, aliene da un banale egoismo. Dato che comunque, in un modo o nell’altro, i due termini condividono l’appartenenza alla sfera emotiva sembra opportuno cogliere l’occasione per un loro confronto, soprattutto entro il quadro della «cura». Si può proporre una specie di danza tra di loro dove ora l’uno ora l’altra dirigono il ballo. Da una parte abbiamo l’«amore della seduzione» dove l’oggetto seducente dirige l’amore dandogli un volto affascinante: un aspetto rilevante dell’amore ma col sotteso rischio di una progressiva reificazione del soggetto. E così si può scambiare per amore, o addirittura per perfezione, la costrizione dal soggetto all’immagine che se ne ha o se ne vuole avere. Il portare a sé (se-duzione) diventa il portare il sé (proprio e altrui) all’immagine di sé. La patologia della perfezione è proprio questa deviazione della seduzione: aspetto inquietante dell’amore sedotto. Dall’altra parte abbiamo la «seduzione dell’amore», dove a risentirne in fecondità è la seduzione stessa. La seduzione dell’amore e non semplicemente l’amore, perché l’amore non basta. C’è un amore che soffoca, che pesa come un macigno sulla libertà e sulla gioia. L’amore libero e gioioso è seducente, nel senso che conduce al sé (proprio e altrui) scoprendone il fascino, soprattutto perché inserito in un orizzonte aperto, sconfinato, infinito. Anche qui si ha l’amore sedotto, ma sedotto nel senso di un amore che porta al sé irriducibile, e dove l’immagina è travalicata dall’immaginazione. Se l’amore della seduzione è il trionfo dell’immagina, la seduzione dell’amore è il primato dell’immaginazione. In tutto questo i contesti culturali sono quanto mai incisivi. Il nostro, segnato dalla virtualizzazione, è costantemente di fronte al bivio tra immagine e immaginazione, tra amore della seduzione e seduzione dell’amore. Più di altre epoche la nostra può essere l’esplosione dell’immaginazione e della seduzione dell’amore, ma può anche subire l’agguato del lato oscuro.

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Pensiero polifonico e procedimento frattale. Verso un’estetica dei contrasti felici

Raffaele Schiavo

La capacità di replicare schemi di interazione, procedendo per variazioni continue di un primo tema originale, richiama immagini di forme che si definiscono continuamente fra loro per connessioni a catena, dove i frammenti di un intero sempre riconoscibile si diradano in vorticose ramificazioni di strutture sensibilmente complesse, costantemente assoggettate a un ciclico gioco di riflessi. È un fenomeno che può essere ricostruito in favore di una piena cooperazione tra percezione auditiva e percezione visiva, prima che entrambe sprofondino dentro semplificazioni robotiche di algoritmi affascinanti perché imprevedibili.

Programmare una modalità compositiva e performativa che sia capace di liberare una chiara complementarietà fra minimalismo musicale e complessità relazionale rientra tra le opportunità di un linguaggio artistico che trae spunto dalle strutture ineffabili dei processi naturali. In tal senso, suona inevitabile il riferimento alla Polifonia e alle sue architetture relazionali. Il suo linguaggio è strutturato per intrecciare, felicemente insieme, contrasti e accordi fra voci intenzionalmente diverse. 

L’interrogativo che ne deriva è a dir poco stravagante: “Se i principi della Polifonia fossero applicati al comportamento civile, avremmo forse modo di sviluppare una umanità diversa?” Probabilmente, l’acquisizione di una nuova condotta d’insieme, fondata sul criterio estetico, darebbe le giuste istruzioni per fornire un’inaspettata cornice di senso a quell’innata vocazione umana che è il conflitto: una scomoda caratteristica per una specie animale che si ostina a procurare bellezza, nei suoi innumerevoli e sofisticati tentativi di autodistruzione.

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“Nella salute e nella malattia”. PNEI, Gestalt e spiritualità cristiana: la saggezza della connessione

Gaetano La Speme

Prendersi cura è un’esperienza relazionale a tutto campo che restituisce l’uomo a se stesso e lo dona agli altri nell’interezza. La dimensione della salute e della malattia sono osservati, in quest’intervento, con un approccio olistico. Il corpo, la psiche e  l’anima interagiscono tra di loro e con il mondo esterno in una rete di interdipendenza e intercoporeità. L’essere umano ha energie, vuoti, ritmi. E’ un’orchestra che ha musica e ritmo. Uno sguardo integrato alla salute dell’uomo comporta prendere in seria considerazione anche la valenza terapeutica della religiosità nella vita del paziente, del personale sanitario e del care-giver. Il Cristo terapeuta e buon samaritano può essere per il paziente cristiano soggetto di interazione, e può essere, per chi si prende cura, un modello di accompagnamento che sostiene la saggezza della collaborazione tra le varie figure professionali. Anche Francesco d’Assisi, in ascolto del suo corpo, vive la malattia come un cammino verso la pienezza di vita spirituale e relazionale. Tale esperienza può essere raggiunta dal cristiano anche con l’ausilio della meditazione, che insieme ad altri fattori, è via  che porta alla guarigione e alla vita piena.

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Schegge di speranza: relazioni di cura tra Epigenetica, Neuroscience e Gestalt

Rita Garofalo

Il dualismo mente-corpo, malattia organica-malattia mentale, medicina-psicologia, scienza-antropologia, ha impedito per anni di guardare all’essere umano nella sua complessa unicità dinamica in relazione con l’ambiente. Il nuovo paradigma proposto dall’epigenetica ci introduce nel microcosmo delle relazioni intra e intercellulari, svelandone la capacità di interagire con l’ambiente (fisico, chimico, relazionale) in modo reattivo-adattativo tale da modificare il nostro epigenoma trans-generazionale. Lo sviluppo delle neuroscienze e gli studi sull’effetto placebo e l’effetto nocebo ci hanno permesso di individuare i circuiti neuronali che si attivano all’interno della relazione terapeutica, di come le parole agiscono sul nostro organismo, coinvolgendo il sistema neuroendocrino e immunitario. Alla luce di queste conoscenze scientifiche, integrate con le teorie della Gestalt Therapy (GT), possiamo finalmente avere una visione unitaria dell’essere umano, sia nel suo sviluppo fisiologico che nell’insorgere della patologia. Il sintomo, infatti, in GT è considerato un adattamento creativo dell’organismo in relazione all’ambiente: l’unico modo possibile di sopravvivere all’interno di una relazione disfuzionale. In quest’ottica, tra corpo, parola e tempo, ci si può prendere cura della persona nella sua unicità, incontrandone il vissuto corporeo-relazionale. Sulla base di queste premesse si comprende che la cura non puo essere limitata alla semplice somministrazione di farmaci, al seguire linee guida e protocolli terapeutici, ma è determinante costruire una relazione terapeutica empatica, in grado di somministrare parole corporee che, come schegge di speranza, raggiungano il nostro paziente e ne attivino tutti quei meccanismi epigenetici, neuroendocrini e immunitari fondamentali per la guarigione.

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Conoscersi e ri-conoscersi. Un cammino sui sentieri della gratitudine

Oriana Caristia

Cos’è la gratitudine? Cosa intendiamo, anche a partire dalla nostra quotidianità, con tale termine? E cosa possiamo scoprire se ci concentriamo sulle sue origini, sulla sua etimologia? Mistici, contemplativi, poeti, artisti sono, da sempre, testimoni di una incarnazione della gratitudine come postura dell’animo umano. Una gratitudine che è stupore, meraviglia, esperienza estetica ed estatica; una gratitudine che è sguardo riconoscente davanti al creato e ai suoi doni. Dono è, infatti, compagno di viaggio della gratitudine, dono che, nella sua intima essenza, ha il seme della gratuità intesa come movimento eccedente nei confronti dell’altro. Tale movimento, ben raffigurato dalle Cariti greche, inaugura un processo relazionale in cui l’atto di donare e quello di ricevere sono strettamente correlati: solo quando si è sperimentata pienamente la capacità di ricevere, si è in grado di donare. Il saper ricevere, come ci insegna Paul Ricoeur, diventa, in tal modo, atto fondante della nostra capacità di provare gratitudine. Ma questo può avvenire solo nel momento in cui, come esseri umani, abbiamo riconosciuto la finitezza della nostra esistenza. Nasce così la gratitudine: dal riconoscimento di me stesso come individuo che ha ricevuto un dono, che ha riconosciuto questo dono e che per questo dono e in questo dono è capace di dire grazie. Un grazie che è memoria del cuore, presenza, cura, attenzione e consapevolezza, luogo unico dove incontro me stesso e l’altro perché nell’altro mi sono riconosciuto e da lui sono stato riconosciuto.

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Generare nella generazione

Maria Luisa Di Pietro

Generazione: una parola con un grande potere evocativo, che richiama alla mente legami forti. Ne è un esempio il legame tra chi genera (i genitori) e chi è generato (il figlio). Un legame che può spezzarsi, se chi ha generato non continua a generare; un legame che richiama chi ha generato alla responsabilità nei confronti del generato; un legame, che vincola chi ha generato a farsi carico dei bisogni del generato. Dal bisogno di essere accolto, amato e accudito, al bisogno di entrare in relazione con i propri genitori e con il mondo, dal bisogno di essere ascoltato al bisogno di essere accompagnato nel viaggio della vita: rispondere a questi bisogni comporta una “generazione” continua. Se ci si sofferma sull’educativo, si può facilmente evincere la dimensione del generare nella generazione. Dovere e diritto dei genitori, l’educazione si configura come una vera e propria arte della maieutica, del far nascere, del generare. Educare non significa - come nella prospettiva dei Sofisti – mettere solo in atto strategie di azione, quanto piuttosto aiutare ogni essere umano a prendere familiarità e fiducia con sé stesso e portare alla luce la pienezza della sua realtà. Una sfida che va raccolta e affrontata anche in una realtà complessa come quella attuale.

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Approccio PNEI nell’assistenza primaria

Emanuela Arcucci

La Psiconeuroendocrinoimmunologia è la disciplina che si occupa dello studio della relazione e dell’interconnessione tra psiche, sistema nervoso, sistema endocrino ed immunitario. Con la PNEI emerge un nuovo modello di ricerca ed interpretazione che vede il corpo umano come un’ unità interconnessa. L’assistenza primaria è la componente del sistema sanitario nazionale che fornisce a tutti gli individui, le famiglie, le comunità, assistenza medica primaria, continuativa, coordinata, integrando le conoscenze sanitarie e costituisce, generalmente, il luogo del primo contatto medico all’interno del S.S.N. L’approccio PNEI, nella pratica clinica del medico di medicina generale, può costituire un’opportunità per riconvertire un intervento terapeutico centrato sulla malattia in uno globale centrato sul paziente.

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La prospettiva spirituale nella prassi terapeutica come strumento di cura della capacità di amare

Andrea Careggio

“Soltanto Dio può dire Io sono” (Eckhart). L’uomo è costretto ad aggrapparsi ad un “io sono qualcosa (qualcuno)”, deve identificarsi per poter essere. In uno spazio di relazioni oggettuali anche l'amore precipita in una dimensione egoica declinandosi in un “io amo qualcosa (qualcuno)”. Tuttavia, i nuovi paradigmi scientifici ci obbligano a considerare ormai obsoleta l'idea di un soggetto come realtà sostanziale, autonoma e separata dal tutto. La condizione di soggetto che ama e oggetto che è amato appare dunque per quello che è: un’estrazione utile solo alle classificazioni di una mente limitata nello spazio-tempo. Il contributo vuole riportare la personale esperienza di come, i nuovi paradigmi scientifici e le tradizioni spirituali possano cooperare coerentemente in ambito clinico è terapeutico. Attraverso specifiche tecniche psico-corpore è possibile promuovere quella che potremmo definire di un cambio di prospettiva: un passaggio da un Ego come soggetto a un Ego come oggetto. Un ego che non vive ma che al contrario è vissuto da una forza sconosciuta che lo anima (la Psiché di Omero? Il Daimon di Socrate? l’ES di Groddeck? La Libido di Freud? La Volontà di vivere di Damasio? Lo spirito nella materia di Pauli?…) Pierre Teilhard De Chardin ci dice che “noi non siamo esseri corporei che vivono un'esperienza spirituale, noi siamo esseri spirituali che stanno facendo un'esperienza umana. Si tratta quindi di un orientamento in una prospettiva spirituale (e non una semplice esperienza) in cui riconosciamo quello spirito che penetra (padre) la materia (madre) genando il corpo animato dell’uomo (figlio). Il passaggio successivo è quello di uno scoprire che l'ego oltre a non essere il soggetto è anche vuoto, fatto di nulla. Del resto, anche la fisica ci ricorda che nella sua essenza la materia è fatta di vuoto. Un nulla che però è pieno di energia potenziale (Zero Point Energy) che continuamente emerge è informa la materia; un vuoto che è Fertile (Perls). Incontrare ed accettare il proprio nulla, significa, in qualche modo unirsi a quella Sorgente increata, quel Soffio che informa il corpo è che lo anima, e rende possibile ogni manifestazione. La terapia diventa dunque un imparare a mantenersi presenti a questa sorgente inesauribile di vita, di luce e di quell'amore in grado di declinarsi in tutte quelle forme e in tutti quei legami che appartengono al mondo così come percepito dall’ego. Un Ego che geneticamente ama se stesso ma che spiritualmente può amare l’altro soltanto ampliando i confini della propria coscienza includendo l’altro come parte di Se. Un Se impersonale che, nella sua massima espressione, giunge ad includere ogni creatura.

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L’applicazione della PNEI in un caso clinico di depressione

Raffaele Dierna

Il modello PNEI propone un nuovo paradigma nell’interpretazione dell’organismo umano, costituito da un’unità di sistemi interconnessi che influenzano e che sono influenzati dalla dimensione psichica. La modulazione di questa rete è multifattoriale; in tal senso numerosi studi hanno evidenziato un effetto positivo da parte dell’attività fisica sulle abilità cognitive, l’umore, la memoria. In questo lavoro si osservano i risultati della pratica di attività fisica moderata in un soggetto affetto da depressione.

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Il ruolo della ghiandola pineale nella PNEI

Nadia Pellegrini

La ghiandola pineale, per la sua posizione, anatomia, funzione, storia e mitologia è stata definita per antonomasia “ghiandola spirituale”. La ricerca scientifica sembra aver trascurato la pineale considerandola un organo vestigiale atrofizzato nell’adulto. Dal momento che gli interessi della PNEI sono in espansione e sondano le relazioni tra sistema nervoso, endocrino, immunitario, sembra essere proprio il paradigma scientifico più idoneo ad approfondire la conoscenza dell’epifisi. Primo, per comprenderne il ruolo nell’ambito dei sistemi suddetti; secondo, per validare o meno l’importanza storica e transculturale che, dal punto di vista antropologico, questa ghiandola ha assunto; terzo, perché migliorarne la conoscenza potrebbe contribuire a sviluppare altre terapie PNEI per patologie PNEI. METODO. Le evidenze e gli studi raccolti derivano da una ricerca eseguita tra novembre 2021 e marzo 2022 su vari canali, quali banche dati on line (Medline, PubMed. Google Scholar), e studio di monografie a carattere sia scientifico che divulgativo. RISULTATI. La maggior parte degli studi scientifici sulla pineale presenti in letteratura è inerente alla sua produzione di ormoni indolici (melatonina) con funzioni antiossidanti, anti-proliferative, e di regolazione crono-biologica. Le applicazioni cliniche di queste ricerche sfociano soprattutto in nuovi e interessanti approcci terapeutici complementari oncologici. Poche ma suggestive evidenze sono emerse anche sulla produzione pinealica di ormoni beta-carbolinici (pinolina, armalina, dimetil-triptamina) con funzioni ancora da definire, ma che alcuni ricercatori hanno evidenziato come possibili responsabili di stati alterati di coscienza. Ulteriori conferme degli effetti enteogeni di queste molecole endogene, potrebbero fungere da sostegno alla comprensione degli effetti degli psichedelici impiegati come ausilio della psicoterapia. Stimolanti inoltri sono gli spunti presenti nella letteratura scientifica sulla funzione piezoelettrica della calcificazione della ghiandola pineale, che apre l’interesse verso le sue ipotetiche proprietà di ricetrasmissione di onde elettromagnetiche. CONCLUSIONI. La scarsità di validi studi reperiti su alcuni ambiti di questo ampio argomento, apre la sfida, per il mondo scientifico e per la PNEI, ad approfondire le ricerche. Lo sforzo della scienza andrebbe orientato a produrre una validazione più consistente dell’efficacia di protocolli di trattamento complementare basati sull’assunzione di melatonina nelle terapie oncologiche. Inoltre approfondire lo studio delle proprietà piezoelettriche della pineale e comprendere i meccanismi d’azione dei suoi ormoni enteogeni, potrebbe apportare altri dati a sostegno dell’uso delle sostanze psichedeliche a supporto della psicoterapia e della crescita spirituale dell’uomo.

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Il terzo suono della relazione

Paola Tabacco

Descrivendo il fenomeno acustico, chiamato Terzo suono di Tartini, in base a cui l’esecuzione di due suoni, perfettamente accordati, genera un terzo suono, proporrò la tesi che la stessa cosa accade in ogni relazione d'aiuto perfettamente “accordata”, cioè quando il counselor, consapevole della propria identità personale e relazionale, prendendosi cura, emette un “suono di relazione chiara”, sostiene chi soffre nella ricerca della propria “accordatura” e sperimenta insieme a lui l'accadere del “Terzo suono della relazione”. Può, dunque, la scoperta armonica del terzo suono di Tartini, portare un contributo alla teoria e alla pratica della Gestalt Therapy. Descriverò inoltre ciò che accade nel corpo di un violinista in relazione con lo strumento e come, lasciandosi attraversare dalle vibrazioni e dal ritmo del respiro, può arrivare al contatto pieno con sé stesso, con lo strumento e con chi lo ascolta e trovare il suono della sua armonia.

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La nota fondamentale: stress, identità e PNEI

Vincenza Marcella Falco

Partendo della risposta dell’Asse dello Stress alle richieste ambientali, si mostra come lo stress cronico condizioni il benessere dell’individuo e la costruzione dell’identità. L’allostasi è l’adattamento creativo multisistemico che si realizza in condizioni di stress acuto o cronico in cui l’organismo ‘dialoga’ con l’ambiente alla ricerca dell’adattamento migliore. La recente pandemia – condizione di stress cronico – ha generato sovraccarico allostatico, con conseguenze sulla salute psicofisica dell’individuo. Colpiti soprattutto i giovani e i grandi vecchi. In questo contesto, l’intervento dei curanti deve basarsi su una presa in carico di tipo integrato: tenere a mente la persona come unità mente-corpo e curarla sia nel corpo sia nella psiche, dialogando tra professionisti della cura. La relazione trasforma il tempo in un ‘tempo propizio’ alla ricerca della ‘nota’ fondamentale, del ‘centro’ che armonizza e fa muovere tutto il resto.

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Psicofisiologia dello stress

Liliya Gataullina

A partire dall’analisi della psicofisiologia dello stress vengono presentati modelli di sviluppo moderni di resistenza allo stress presentando metodi di ottimizzazione dello stato mentale, come l'auto-training, l'arteterapia, il rilassamento, la biblioterapia, la cromoterapia, l’aromaterapia, il massaggio e l’automassaggio ecc. Sulla base della ricerca condotta si descrive un set di esercizi di autoregolazione correttivo nel lavoro con lo stress.