Primo annuncio 

SUMMER SCHOOL 2024

 

30 maggio – 2 giugno

 

La follia della logica e la logica della follia”, sarà il tema della Summer School 2024, organizzata dall’Istituto di Neuroscienze e Gestalt Therapy “Nino Trapani”, in sintonia con le tragedie che saranno rappresentate al Teatro Greco di Siracusa: “Aiace” di Sofocle e “Fedra (Ippolito portatore di corone)” di Euripide, ove il tema della follia è cruciale nell’evoluzione degli eventi.

L’evento culturale si svolgerà dal 30 maggio pomeriggio al 2 giugno mattina nella Biblioteca storica del Convento dei Frati Cappuccini a Siracusa in p.zza Cappuccini, 2.

Questo anno affronteremo il tema della follia, proprio delle tragedie greche, ma anche preponderante aspetto sociale attuale: dai femminicidi agli infanticidi, dai suicidi tra i giovani alla violenza di branco, dal bullismo alla dipendenza da internet e al dibattito sull’Intelligenza Artificiale. Approfondiremo la lettura psicopatologica della realtà dissociata e delirante dilagante in questo contesto storico, soprattutto tra gli adolescenti, offrendo una prospettiva rigenerativa di speranza costruttiva e orizzonti possibili.

 

LECTIO MAGISTRALIS PROF. EUGENIO BORGNA: “Cosa è la follia?

Eugenio Borgna

Eugenio Borgna

Medico psichiatra. È primario emerito di psichiatria dell’ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università di Milano. Esponente di punta della psichiatria fenomenologica, tra i suoi principali settori di studio c’è l’indagine sulla depressione e la schizofrenia, cui ha dedicato numerosi saggi scientifici e pubblicazioni maggiorente divulgative.

La follia tra thanatos e ghelos nella lacerazione sociale dell’identità, da Aiace ad oggi.

Marina Risi

PAOLA ARGENTINO

Medico, Psichiatra-Psicoterapeuta. Co-Direttore Master in Psico-Oncologia, in PNEI e Neuroscienze e di altri Master dell’U.C.S.C. Docente Univ. di Psicologia Clinica e Psicopatologia. Autrice del libro “La spiritualità è cura: la forza dell’amore nel dolore”, ed. Mondadori Università.

Dietro la verità

Giorgio Bonaccorso

GIORGIO BONACCORSO

Monaco benedettino. È docente presso l’Istituto di Liturgia Pastorale di Santa Giustina (Padova). Si occupa dei riti religiosi e cristiani, con particolare attenzione all’aspetto antropologico, e approfondisce e commenta testi di teologia, filosofia e letteratura

Generazione Z: una follia per sopravvivere?

Giorgio Bonaccorso

GILBERTO BORGHI

Teologo e pedagogista clinico romagnolo. Docente di antropologia filosofica e di religione. Da tempo si occupa del rapporto tra fede e postmodernità, e del mondo giovanile in rapporto alla dimensione spirituale.

Intelligenza artificiale emotiva: risorsa o follia?

Antonio Sichera

MARIA LUISA DI PIETRO

Professore associato di Medicina legale della Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” di Roma, Direttore del Centro di Ricerca e Studi sulla Salute Procreativa (CeRiSSaP) dell’Università Cattolica Sacro Cuore.

Melancolia dell’uomo di genio: dove sfuma la follia compare la visione  

Eugenio Borgna

CHIARA GATTI

Counsellor professionista diplomatasi nella Scuola di Formazione dell’Istituto Nino Trapani, mediatrice sociale e formatrice. Svolge attività didattica in progetti educativi rivolti al mondo della scuola, del volontariato e della realtà francescana. Collabora con vari blog e riviste e ha realizzato un proprio blog di poesia (www.amarilli.eu).

 “Ostinatamente umano”: declino e delirio comunicativo tra tecnica e mortalità 

Erica Poli

GIOVANNI MORUZZI

Oncologia medica
Master cure palliative e terapia del dolore
Master psiconcologia
Master bioetica
Responsabile Hospice “Kairos” Siracusa
Presidente Associazione C.I.A.O. – onlus (Centro Interdisciplinare Ascolto Oncologico)

Inganno e tormento del principio di non contraddizione

Eugenio Borgna

AGATA PISANA

Counsellor formatore supervisore, già docente di Storia e Filosofia, oggi docente alla Facoltà di Teologia di Messina, si occupa da anni di elaborazione del lutto. Vicepresidente Nazionale della Confederazione dei Consultori Familiari e Presidente della Federazione Sicilia degli stessi.

Ossimori del suicidio tra logica e follia, dalla tragedia alla modernità

Erica Poli

ERICA FRANCESCA POLI

Medico psichiatra. È psicoterapeuta e counselor. Membro di numerose società scientifiche, tra cui IEDTA, ISTDP, OPIFER, EMDR Italia, ha un’eclettica formazione psicoterapeutica che le ha fornito la capacità di affrontare il mondo della psiche fino alla spiritualità, sviluppando un personale metodo di lavoro psicosomatico.

Le forme dell’esserci e del divenire nella logica inclusiva

Giovanni Salonia

GIOVANNI SALONIA

Psicologo, psicoterapeuta e teologo. Già docente di Psicologia Sociale presso l’Università LUMSA di Palermo e di Psicologia presso la Facoltà Teologica di Palermo, è attualmente docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore e all’Università Gregoriana. Direttore Scientifico della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt dell’Istituto di Gestalt Therapy hcc Kairòs.

Sacre vanità e delirio creativo

Giorgio Bonaccorso

RAFFAELE SCHIAVO

Cantante e musicista eclettico, compositore e performer teatrale, musicoterapeuta e formatore nell’ambito delle cure palliative. Esperto in canto degli armonici e musica antica dal Medioevo al Barocco, è ideatore del metodo socio-musicale VoxEchology e autore di diversi libri, di cui l’ultimo “Estetica della Performance” ed. Mimesis (2021).

Tra Eros e Aidos. Per una lettura gestaltica di Fedra

Antonio Sichera

ANTONIO SICHERA

Insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Univ. degli Studi di Catania ed è docente di Fenomenologia ed Ermeneutica nella Scuola di Specializzazione dell’Ist. di Gestalt Therapy Kairòs.

MODULO CONTATTI

Per maggiori informazioni o per iscriversi alla Summer School potete compilare il modulo sottostante.

ISCRIZIONI A NUMERO CHIUSO
MAX 100 partecipanti

Costo: euro 250 + iva entro il 15 aprile, successivamente di 300 euro + iva fino a completamento dei posti disponibili

Carta docente: per gli insegnanti è possibile iscriversi tramite la carta docente entro il 15 aprile 2024

Crediti ECM: sono stati richiesti i crediti ECM per medici e psicologi solo per la giornata dell’1 giugno 2024

Crediti per i Counselor: CNCP 20

Master: la partecipazione è gratuita per gli iscritti ai master in atto solo se confermano la presenza tramite il modulo di google drive che verrà loro inviato

Proposte contributi scientifici: È possibile presentare propri contributi scientifici che verranno inseriti nel programma come interventi preordinati, o come poster scientifici, sottoponendoli entro il 30 Aprile 2023 alla Commissione Scientifica (neuroscienzegestalt@gmail.com)

A breve pubblicheremo il programma sociale (non incluso nei costi di iscrizione) che prevede la partecipazione alle tragedie greche, alla cena sociale e alle visite guidate della città


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    Cosa è la follia?

    Prof. Eugenio Borgna

    Non è facile rispondere a questa domanda, e nondimeno vorrei avviare il mio discorso citando un pensiero folgorante di Franco Basaglia, al quale si deve il cambiamento radicale nella cura della follia, che ha portato alla chiusura dei manicomi. “Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. E’ una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”. Sì, la follia esiste, ma non esiste una sola follia: la prima grande distinzione è quella che separa i disturbi psichici di matrice somatica, causati da lesioni delle formazioni cerebrali, delle quali si occupa la neurologia, e i disturbi psichici che non sono riconducibili a questa causa. Una distinzione, che si accompagna ad una diversa sintomatologia: quella dei disturbi psichici di matrice somatica è contrassegnata dal deserto emozionale e razionale, mentre quella dei disturbi psichici, che non hanno cause somatiche, è contrassegnata da un diverso modo di rivivere pensieri ed emozioni, e di essere in relazione con i pensieri e le emozioni degli altri. Nel corso delle mie riflessioni vorrei parlare dei disturbi psichici, che non hanno fondamenti biologici, e che dovremmo considerare come una possibilità umana.

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    La follia tra thanatos e ghelos nella lacerazione sociale dell’identità, da Aiace ad oggi.

    ARGENTINO PAOLA

    La follia infligge all’eroe il marchio del ridicolo nella “civiltà della vergogna” che si esprime antropologicamente nel ghelos, la risata beffarda e malevola di universale discredito. La profondità della ferita sociale lacera l’identità nell’autostima, annulla il Sé relazionale, e porta a morte per autoannientamento. Dalla tragedia di Aiace ad oggi che cosa è cambiato? Il giudizio sociale sulla follia è ancora terribilmente vincolante? E l’altra faccia della medaglia… quanto è vantaggioso, invece, “Il berretto a sonagli”?

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    “ostinatamente umano” – declino e delirio comunicativo tra tecnica e mortalità –

    GIOVANNI MORUZZI

    Scopo della relazione è indagare sul dialogo tra tecnica ed umano quando si percorrono
    i chiaroscuri della mortalità.
    La voce della tecnica, rigidamente coinvolta in un sicuro percorso, sembra straboccare
    delirio di onnipotenza e di onnipresenza quando saggia la caducità della condizione umana.
    Parimenti, in qualche modo, lo stesso delirio sembra appartenere all’essere umano
    quando prova a coniugare la propria ragione all’irragionevolezza del proprio finire.
    Mentre talvolta la tecnica medica assume le vesti del “miles gloriosus”;
    l’essere umano coinvolto in indecifrabili passioni (fedra innamorata di ippolito), prova a
    irrigimentare norme che possano salvarlo, pur prendendo coscienza di un limite inaccettabile
    (aiace vuole riscattare l’onta del delirio).
    La tecnica medica, sprezzante, rifugge alle passioni violente dell’umano, non ne
    costruisce una dimora di senso e l’annichilisce fino al suicidio (ippolito- fedra).
    L’uomo naufrago della sragione nella ragione (l’instillatrice atena) finisce per assumersi
    la “colpa” di aver accolto il seducente piacere della tecnica come dogma (aiace pensa di
    uccidere gli achei), nonostante la restituzione svelante della propria reale condizione (aiace
    comprende di aver ucciso solo buoi e montoni).
    Per noi tutti, il prendersi cura è un viaggio periglioso, necessita di un intelligente spirito
    di adattamento e di una profonda consapevolezza dei propri limiti, anche quando le giuste
    armi di cura e le giuste ragioni sembrano appartenerci, talvolta ci vengono ingiustamente
    sottratte (aiace-odisseo), ma questo non compromette la dimensione della cura, che supera la
    morale comune e ostinatamente sosta sull’unicità dell’effimero (odisseo supera la disputa e
    convince per la giusta sepoltura di aiace).

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    Le forme dell’esserci e del divenire nella logica inclusiva

    GIOVANNI SALONIA

    La logica è stata ed è considerata una sorta si cartina di tornasole dell’esserci. È logico?
    Non é logico. Questi i dilemmi dentro i quali a volte si insinua la sottile ipotesi della
    follia. La follia é logica? E può la logica essere folle?
    Si tratta di aprirsi a livello antropologico, educativo e clinico ad una epistemologia nelle
    quale le logiche rispondono al paradigma della matrioska russa. Da una logica ‘bella’ ad
    un’altra con un’altra forma e altra bellezza.  La cultura e la clinica sono gli spazi in cui
    prende forma l’artista che – come intuì Otto Rank – è il superamento dell’aporia. Ossia il
    nuovo, l’inedito che é logico e folle, ossia nè logico né folle,  perché imprevedibile prima e
    non scomponibile e il suo grembo e il suo profumo é  il ‘segreto e la grazia’ dell’incontro.

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    Inganno e tormento del principio di non contraddizione

    Agata Pisana

    “Quale è la caratteristica principale dell’uomo, che lo differenzia da tutti e che lo rende quel che è, cioè quella specie animale dominante che ha saputo creare la civiltà, la cultura, il progresso? Quale dunque la caratteristica che lo fa felice e soddisfatto della sua vita?”. Domanda facile! La sappiamo tutti: “La razionalità! L’uomo è l’unico essere capace di razionalità. Sa pensare, riflettere, far di conti, scrivere e leggere… come non essere appagato da tutto questo? Domanda facilissima!”. Risposta giusta? No! Risposta sbagliata. Perché se è vero che l’uomo è dotata di capacità riflessiva non è vero né che questa appartiene solo alla sua specie né – soprattutto – che questa lo fa felice o che essa sola ha generato cultura e progresso.
    Il più grande epistemologo moderno, Carl Popper, dice che la scienza, grande vanto umano, non andrebbe avanti se si basasse solo sulla razionalità, che anzi è proprio la non razionalità che le ha permesso di fare i passi da gigante che ha fatto e fatto fare all’uomo. “Tu, scienziato, hai trascorso tutta la tua vita a cercare di capire la logica dei fenomeni naturali per prevedere il prossimo evento? Bene! Prova a pensare al contrario e di sicuro capirai più di quanto sai oggi” – ci dice.
    L’esperienza e il calcolo, da soli, non insegnano nulla. Altrimenti ci finisce come al tacchino di cui parla Bertrand Russel: dopo aver trascorso tutta la vita a cercare di capire la regola d’oro che determinava quel meraviglioso rituale per cui ogni mattina la massaia gli dava da mangiare, si sentì pronto a festeggiare la sua grande scoperta ‘scientifica’ proprio il giorno in cui la massaia lo portò in tavola bene cucinato per festeggiare il Natale con la sua famiglia. Né tanto meno, se anche avesse capito davvero l’arcano segreto di quel rituale, ne sarebbe stato certo felice.
    Tutto dà la razionalità tranne la felicità: quante volte ci siamo detti che avremmo preferito non sapere qualcosa? Quante volte, dopo aver capito, abbiamo sentito amarezza, rabbia, dolore! “Beato lo sguardo ebete degli animali” – diceva un altro grande filosofo: Schopenhauer.
    Eppure guai a noi se non sappiamo: abbiamo arsura di sapere, spasmodico bisogno di ricostruire i fatti, di trovare la logica, di comprendere intenzioni, particolari e incastri. “Dimmi”, “Spiegami”, “Ho diritto a sapere”… sono frasi con cui incalziamo gli altri, sperando di alleviare i nostri tormenti, salvo poi, dopo aver saputo e capito, ripiombare in una costernazione più profonda.
    E se anche lo scoprire la logica degli eventi e dei comportamenti ci desse pace, ci ritroveremmo ugualmente poi dinanzi ad un quesito ancora più ostico: e ora che so, cosa faccio? Già. Che farcene dell’aver capito? Nessuna pace nello scoprire la ‘verità’ delle cose, anche perché chi ci potrebbe assicurare che è davvero questa la verità? Siamo principi che sogniamo di essere barboni o barboni che sogniamo di essere principi che sognano di essere barboni?
    E chi potrebbe alzare la mano e giurare con certezza di conoscere perfettamente se stesso? “Ho capito tutto della vita – diceva il grande Montaigne – tranne me stesso”.
    Folle Aiace che ha macellato degli animali credendoli uomini o folle chi macella in guerra e per le strade veri esseri umani? Più folle quando, preso da un delirio, ha commesso questa carneficina o quando non perdona a se stesso di essersi ingannato?
    La logica umana è stata considerata da sempre fondata sul principio di non contraddizione per cui se A è uguale ad A e non-A è diverso da A, allora X o è uguale ad A o è diverso da A, e ciò sembra la base di ogni certezza, garanzia di inconfutabilità, indicazione sicura per una via di saggezza, ma a quanto pare non è affatto così: proprio nel cercare quanto fosse più giusto, gli umani hanno trovato quanto è meno giusto. Ma – cosa strana – non solo sembriamo continuare ad ignorarlo, ma ci accaniamo anche, paradosso dei paradossi, a cercare di capire perché ciò che ci sembra certo non lo è. Forse non è davvero certo? Forse sbagliamo i criteri dell’analisi? Forse sono errati i presupposti o errate le conclusioni? Forse siamo sbagliati noi?
    Kant a questa conclusione radicale era arrivato e, ormai alla fine della sua vita, ha in pochi anni dato una sferzata così drastica a tutto il corso del pensiero filosofico da aver fatto definire l’intera storia della filosofia pre e post-kantiana. Sembrava aver davvero trovato il bandolo della matassa, ma le cronache ci dicono quanto pieno di manie, ossessivo e lontano dalla serenità egli fosse nel quotidiano. A parte il fatto che si scoprì presto che quella che sembrava la fonte dell’inganno tale non era affatto.
    Davvero il più grande filosofo fu Socrate che dichiarò sempre di sapere di non sapere? La sapeva forse più lunga di chiunque altro, dato che dimostrò poi di sapere molto bene cosa sapeva.
    “Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” – recita il salmo e ci dà una luce, ma non ci rassicura affatto.
    Non ci resta che continuare a parlarne insieme.

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    Intelligenza artificiale emotiva: risorsa o follia?

    Maria Luisa Di Pietro

    L’affettività, intesa come capacità di provare emozioni, sentimenti e passioni, deriva dal termine latino afficere, che significa influenzare, produrre un cambiamento. Un’esperienza, un incontro, un ricordo, possono suscitare reazioni positive o negative che coinvolgono – inevitabilmente – sia la psiche sia il soma. Reazioni affettive che svolgono – a loro volta – un ruolo significativo nelle relazioni umane e nel processo decisionale. Comprendere, utilizzare e gestire le proprie emozioni per migliorare le relazioni e la comunicazione con gli altri, per superare le sfide e risolvere i propri conflitti interiori, sono frutto di quella intelligenza emotiva che richiede per svilupparsi un graduale percorso di crescita personale. Può una macchina, per quanto “intelligente”, sostituire la complessa sfera dell’affettività umana e sperimentare tenerezza, gratitudine, bontà, o – di contro – rabbia, odio, vendetta? Può una macchina, per quanto “intelligente”, sviluppare un’intelligenza emotiva o emozionale?

    Seppur annunciato, sembra che le attuali forme di Intelligenza Artificiale (IA) non siano in grado di provare emozioni, ma possono invece imitarle. D’altra parte, alla IA non si chiede solo di svolgere attività che richiedono procedimenti razionali e logici (percezione visiva, riconoscimento del linguaggio, capacità di prendere decisioni, traduzione da una lingua all’altra), ma anche di comprendere e interagire con gli esseri umani. Anzi, si ritiene che il linguaggio delle emozioni possa migliorare la stessa usabilità dei sistemi di IA.

    Attraverso le fasi di emotion modelling, emotion recognition, emotion generation, emotion expression e emotion influence, si consente alla IA di imitare le emozioni umane e si può intervenire – nel contempo – su di esse per condizionarle e modificarle. Le emozioni possono essere così sintetizzate, analizzate, previste e valutate. E, ancora, è possibile identificare e misurare le emozioni in modo da poter dedurre lo stato emotivo o l’espressione di un soggetto dal suo linguaggio paraverbale o non verbale. A questo punto, la IA viene messa nelle condizioni di generare, esprimere e simulare emozioni in modo naturale e realistico e di comunicarle e trasmetterle, influenzandole e cambiandole anche in senso positivo al fine di risolvere conflitti o altri problemi. Una sorta, dunque, di IA emotiva capace di riconoscere, identificare e gestire le emozioni umane allo scopo di raggiungere determinati obiettivi. Sarà una risorsa per l’essere umano o potrà generare “follia”?

    Quali potrebbero essere le reazioni ad un sistema che scava e cattura quanto di più intimo c’è nell’essere umano, ovvero le emozioni e i pensieri? Le espressioni del viso e degli occhi, la gestualità delle mani, le posizioni del corpo: tutto ciò che manifesta l’Altro dell’essere umano diverrebbe un dato da elaborare. E se – come scriveva Cassiodoro nel De anima – “Dal volto si riconosce la saggezza dell’uomo. Raffigurati nel nostro volto appaiono gli occulti pensieri e attraverso questa parte del corpo si intravede l’interiore situazione dell’anima e della volontà. Il nostro volto […] è proprio come lo specchio dell’anima, si possono però osservare le sue manifestazioni in maniera chiarissima dall’aspetto del volto”, non sono solo le emozioni ad essere catturate ma è l’anima stessa dell’essere umano.

    A fronte di una situazione ancora non ben definita, è inevitabile un richiamo alla prudenza e alla responsabilità morale per non perdere mai di vista la realtà su cui si interviene: l’essere umano e la sua sfera più intima e inviolabile. Una responsabilità, che riguarda tutti: da chi progetta, vende e utilizza i software, a chi inserisce, seleziona, fa lavorare i dati e li utilizza. Una responsabilità, che chiama in causa anche i doveri verso le generazioni future. Ricordando sempre che il protagonista non è né l’IA né il machine learning né l’algoritmo Il protagonista è l’essere umano, ovvero l’unico vivente capace di scegliere e di condizionare – in modo positivo o negativo – la realtà che lo circonda e che può valutare, sempre che ne sia ancora capace, l’accettabilità di una tecnica. Ma solo dopo aver risposto alla domanda di fondo: a quale verità si vogliono conformare le proprie scelte?

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    SACRE VANITÀ E DELIRIO CREATIVO

    Raffaele Schiavo

    La ricercata follia dell’artista per un’estetica musicale delle relazioni d’aiuto.
    La ragione per cui uno dei brani musicali più popolari del rinascimento prende il nome di Follia potrebbe risiedere nel contrasto tra ciò che rende rassicurante i tratti identificativi della sua struttura melodico-armonica e la possibilità che un’intrigante alterazione possa riconfigurarne la linearità originaria. Il processo creativo che ne consegue conduce a una serie di “variazioni al tema”, la cui concreta e sofisticata responsabilità è data dalla continua diversificazione delle condotte musicali, indotte a modificarsi l’una nell’altra, nella ricerca di una bellezza formale che incarna tutta la complessità della natura umana. All’interno di questo organismo musicale, le dinamiche
    relazionali muovono la concertazione delle idee e impongono schemi di proposte e risposte tra le diverse voci in campo. Il passaggio successivo è la sovrapposizione a intreccio fra tutte le parti in gioco, tutte insieme appassionatamente coinvolte in un amabile contrasto. È questo armonico conflitto che ben restituisce l’ineffabilità esistenziale di una specie animale predisposta alla pazzia e tuttavia capace di trasferire, nonché sublimare, le sue folli necessità sopra un felice disegno di bellezza comportamentale, assolutamente occidentale e rigorosamente estetico, in quel capolavoro di architettura relazionale che è la Polifonia: un’arte compositiva che resta motivo di elogio e di avanzamento culturale, incomparabile col resto del mondo monodico. Davanti a un tale stupore ingegneristico, i termini che fanno tuttora bene a questa sensibile pratica musicale, alle sue regole e ai suoi tecnicismi, sono tuttavia curiosamente presenti, anche se con le dovute forzature, nei migliori manuali di psichiatria: dissociazione ed ecolalie, ossessiva imitazione e coazione a ripetere, paradossale incoerenza, calcolata ostinazione, instabilità emotiva, narcisismo a oltranza e finzione, insieme a tante altre variazioni sul tema speculare della legittimità e del riscatto, rispetto a un’innata spinta criminale verso la stupidità e che è alla base di una società ormai alla deriva. La domanda folle è: quale dimensione umana avremmo oggi, se si fosse realmente sviluppato tra le persone un comportamento musicalmente polifonico? La follia della novità andrebbe sperimentata e poi suonata al mondo. E di santa ragione.

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    Ossimori del suicidio tra logica e follia, dalla tragedia alla modernità

    Erica F. Poli

    La vita morta e la morte viva: il suicidio cuce l’impossibile attorno al nodo di una domanda che non ha soluzione, ma che appare continuo interrogarsi sul senso.
Accade in piena morente vita e in vuota vivente morte come una soglia aperta sul mistero.
Al crocevia della legge della logica che pare costringere al suicido come ultimo atto di autodeterminazione individuale, con la legge della follia che sembra indurre l’atto estremo secondo una logica di sovvertimento.
Il suicidio è una delle grandi aporie della vicenda umana: la tragedia greca ne porta esempi iconici in Aiace e Ippolito, la psicoanalisi costruisce uno dei suoi nuclei concettuali fondativi attorno alla dinamica del lutto e della melanconia, la poesia sembra danzare costantemente alla soglia tra la pulsione della morte che costringe al parto del verso e la pulsione poietica della vita che ancora tenta la creazione.
E quale natura del suicidio nella modernità liquida e ipertecnologica? Quale interpretazione per i dati del crescente numero di suicidi nella società occidentale in particolare modo nei giovani? Si può tentare di percorrere in forma aporetica la migrazione semantica e ontologica del suicidio nell’oggi, non certo per trovare risposta all’ossimoro costitutivo che lo abita, ma per  continuare, anche tragicamente, ad interrogarlo.

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    Generazione Z: una follia per sopravvivere?

    GILBERTO BORGHI

    “Prof… sono cose che possono tranquillamente capitare tra noi giovani”. Questa frase è tornata più volte nelle discussioni che ho avuto nelle classi dei miei studenti. Parlavamo del caso di Giulia Cecchettin, in quarte e quinte del liceo dove insegno. Un punto di osservazione interno, perciò, che mostra la percezione di sé stessa della “generazione Z” e contemporaneamente la valutazione implicita di queste azioni, da cui trapela un dubbio: normalità o follia?
    Ovvio che molto dipende da cosa si intenda con queste due parole. Normalità è un termine che può avere un senso solo come dato statistico, cioè il comportamento rilevabile della maggioranza. Che non ha, perciò, possibilità di essere utilizzato in sede di valutazione etica e di senso delle azioni. Follia, sul piano psichico, indica la condizione di distacco dalla realtà, più o meno elevato e stabile, che un individuo può vivere.
    Come valutare, allora, quello che questa generazione sta vivendo? Qualche anno fa, nel mese di agosto, stavo entrando all’”iper”. Non ero sicuro di averlo intravisto bene e di scatto sono tornato con lo sguardo a cercarlo. Incredibilmente lui! Un mio studente diplomato tre mesi prima nella mia scuola con un buon voto, come tecnico grafico pubblicitario. Se ne stava lì nell’angolo dell’ingresso seduto per terra con tutto l’armamentario tipico del “punkkabbestia”, cane compreso. Il suo socio allungava la mano per chiedere qualche spicciolo. E lui scherzava con l’ammasso di pulci. “Sto qui per qualche mese a godermi lo spettacolo, prof!”. Se ne era uscito con una frase che era un programma. “Poi comunque penso che lavorerò da un mio amico che fa tatoo, ma per ora mi rilasso!” Mi rilasso!??
    E ancora, sempre all’iper. Entro e attendo una persona che mi deve raggiungere, nella hall vedo sei ragazzi seduti per terra. Stavano “armeggiando” tutti e sei coi propri telefonini, senza nessuna comunicazione tra di loro. Ad un certo punto, una di loro si è alzata di scatto, e con rabbia ha urlato ad uno degli altri: “Sei uno stronzo!”. Poi è uscita quasi di corsa dall’iper. Una sua amica, si è alzata e ha detto verso lo stesso ragazzo: “Potevi fare a meno di scriverlo!” proseguendo a rincorrere l’amica. Mi si è accesa la lampadina: pur essendo in presenza fisica stavano chattando tra loro.
    Solo alcuni esempi di atteggiamenti “quotidiani”, meno visibili delle situazioni estreme che ben conosciamo: disturbi alimentari, dipendenze, ritiri sociali, attacchi di panico, autolesionismo, violenze, esperienze estreme. Ma proprio perché quotidiani, perciò più “possibili”, forse ci dichiarano che queste “stranezze” sono molto più diffuse di quanto creda chi non frequenta questa generazione.
    Sono atteggiamenti di follia? Tecnicamente no. Ma, come il giudizio iniziale sul caso di Giulia Cecchettin suggerisce, per lo meno c’è un’alterazione della percezione della realtà, che sembra non essere così raro in questa generazione. Forse è una strana forma di accesso alla realtà metà strada tra una “normalità” ipotizzata e una “follia” desiderata.
    Si può cercare di rintracciare dei caratteri e delle cause che ne spieghino la presenza sempre più massiccia in questa generazione, mettendo in rapporto questo stato di cose con il cambiamento epocale che stiamo attraversando e che ci ha portato, come società e cultura del mondo “avanzato”, a lasciare la modernità alle nostre spalle e ad inoltrarci in una forma del vivere che ancora non conosciamo bene e che, per ora, chiamiamo post modernità. In questo attraversamento di una soglia esistenziale i giovani stanno cercando di trovare un equilibrio che sia possibile, perché di sicuro, i modi con cui si diventava adulti 40 anni fa, oggi non sono più percorribili da loro.
    Ad esempio oggi, la generazione Z fatica moltissimo a mettere in asse tra loro pensieri, emozioni e istinti, e spesso lasciano l’impressione di aver rinunciato a questa operazione, accettando di vivere dentro come se mente, cuore e corpo fossero dei separati in casa. Allo stesso modo hanno una percezione del rapporto spazio – tempo del tutto propria, dove il tempo è qualcosa di reale, cioè vale solo il presente, mentre lo spazio è virtuale, cioè in ogni latitudine si può vivere la stessa forma esistenziale. E ancora, fatica moltissimo a gestire relazioni, soprattutto quando gli affetti si fanno sentire: vivono di tantissime emozioni e di pochissimi sentimenti perché questi sembrano degli illustri sconosciuti.
    Forse non è una follia generazionale, ma di sicuro questo loro modo di vivere ci sollecita, come operatori che li accompagnano nella crescita, ad una attenzione maggiore, affinché queste forme esistenziali che vivono, diventino “segnali” comunicativi per noi.

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    Tra Eros e Aidos. Per una lettura gestaltica di Fedra

    ANTONIO SICHERA

    La Fedra di Euripide è una creatura travagliata dalla memoria dolorosa della potenza di Eros e dal senso dell’Aidos. La tragedia mette ancora noi, lettori di oggi, di fronte alla fatica e all’ordo dell’amore, di fronte alla quale la GT offre una strada.

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    “Melancolia” dell’uomo di genio: dove sfuma la follia compare la visione

    CHIARA GATTI

    Tra le disposizioni fondamentali che ispirano la pittura romantica, e non solo la pittura dell’Ottocento europeo, troviamo certamente i temi dello squilibrio, dell’eccesso e della vertigine che si affaccia su un oltre che l’artista stesso pare non dominare completamente nemmeno a livello biografico, prima ancora che artistico e professionale. Se è ben noto infatti l’interesse dei pittori di questa corrente per una ricerca spinta sull’emozionalità e sull’eccitazione dei sensi, la quale en plair air sembra trovare il massimo dell’appagamento nell’impastarsi a contatto con la natura, si scopre come l’aspirazione al sublime sia sempre più il focus pittorico che anima parecchie delle loro opere. E che cos’è il “sublime” in fondo se non quella categoria estetica, vecchia di secoli, di un’arte liminare (etimologicamente da sub limen>oltre il limite) di un animo tormentato, ancor prima che di una ricerca pittorica? La biografia spesso inquieta di questi esponenti, appunto “romanticamente” tortuosa e arrovellata nell’ascolto del proprio cuore, può così giungere alla rappresentazione di visioni pittoriche dove si incontrano uomo e natura, e si sprigionano scenari nei quali la solitudine esistenziale dell’individuo trova un teatro idoneo a immedesimarsi pienamente e ad esprimere spesso proprio quello che non viene considerato dicibile. In quest’ottica dunque trova spazio tutto il genere di tematiche romantiche tipiche dell’area nordeuropea quali rappresentazioni notturne di ruderi, tombe illuminate dalla luna, grandi orridi risuonanti oppure impressionanti scenari paesaggistici come eruzioni vulcaniche o impetuose e incontrollabili masse d’acqua… Qui tutto concorre a generare una instabilità profonda ed una solitudine inesprimibile volutamente cercata, ma anche impossibile da evitare. E infine si è condotti, anche come osservatori, a scontrarsi contro quel limite dove si esprime pure una possibile forma di disagio mentale, di delirio o allucinazione che sfuma in una forma estetica, la quale sola sa darne ragione, sebbene non possa risolverla.
    Un sublime che si fa figura pittorica perché in ascolto di due altre profonde istanze dell’animo presenti nella sensibilità romantica: la Sehnsucht, inteso come “struggimento” e come “malattia del doloroso bramare” e la melancolia, paragonabile a vaga e indistinta tristezza, che tormenta l’uomo fino a condurlo a stati depressivi cronici. Ed è esattamente in questo interstizio di umani sentimenti, tra la sofferenza esistenziale e la patologia clinica, che si pone l’arte di un grande pittore romantico norvegese, affine per certi versi al noto romantico tedesco Caspar David Friedrich, e cioè Lars Hertervig, recentemente tornato in auge anche grazie alla mirabile opera dello scrittore Jon Fosse, Premio Nobel per la Letteratura 2023, che lo fa muovere tra le pagine di uno dei suoi capolavori del 2009 dal titolo appunto “Melancholia I – II”. Nel libro, in una lunga narrazione interiore, il giovane pittore Lars, figlio di poverissimi contadini e nato sull’isola di Borgoya, che ritrarrà sfumata e affascinante in numerosi suoi quadri, trascorre la sua giovinezza tra la vita presso l’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf e l’amore per la bellissima Helen, figlia della sua affittacamere in quella città. Perdente però in entrambi gli ambiti, ritorna in patria dove indefessamente continua a dipingere la sua terra di fiordi, cascate, visioni nebbiose e marine notturne, scenari diurni tra alberi spettrali e squarci di luce. Perdendo via via però la ragione, fino al ricovero in ospedale psichiatrico, entra sempre più in una dimensione di isolamento e povertà estrema, non trovando riconoscimento per le sue meravigliose tele che solo dopo la morte verranno apprezzate fino a farne il maggior esponente della pittura romantica del suo paese. Nel libro di Fosse questa sua vicenda biografica viene incredibilmente raccontata anche attraverso l’incontro postumo con un giovane scrittore di fine ‘900 che ne vede i quadri, innamorandosene. I flussi di logorroici dialoghi interni diventano così spesso flash di visioni e di luce, quella luce che il più delle volte forma un impasto cromatico, che solo sembra dare sollievo ad una disperata solitudine di rimuginìo senza fine e pare di condurre alla follia. In tal modo la pittura di Lars Hertervig ci appare sospesa nella minuziosa descrizione paesaggistica dell’incanto di paesaggi nordici estremi, dove il cupo e il brillante convivono insieme spesso stratificati e richiamano appunto quel sublime e quella nostalgia distruttrice della Sehnsucht a cui prima si accennava. Il tutto ci conduce pertanto ad intendere come l’instabilità psichica divenga qui un’ossessione tra realismo e surrealismo, lasciandoci aperta una domanda: quella natura meravigliosa che Lars descrive l’ha vista davvero o l’ha sognata in una sua allucinazione? Rimangono in ogni caso i doni immensi della sua stupenda immaginazione pittorica che ricorda le parole di Leonard Cohen: “Se hai un dolore di cui non riesci a liberarti, fanne un’offerta creativa.”

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