“Edipo a Colono: la cura sulla soglia liminale della vita” di Paola Argentino

Mag 20, 2025 | Tragedie Greche, Prendersi cura in forma di poesia

L’Edipo a Colono rappresenta per Sofocle, giunto all’età di oltre 90 anni, l’ultimo estremo omaggio alla terra che gli ha dato i natali e che sente come prossima ed ultima meta della sua vita. È il suo testamento spirituale ….Verrà messa in scena postuma, sei anni dopo la sua morte a cura del nipote.
In questa tragedia Sofocle riprende la storia di Edipo Re e ne descrive il cammino da esule, umiliato, cencioso, cieco (per il suo atto disperato autolesionistico, egli infatti si accecò quando venne a conoscenza dell’incesto consumato, suo malgrado) e zoppicante (per la ferita inferta da Laio, suo padre, alla nascita) e per questo si appoggia alla figlia Antigone che amorevolmente lo accompagna verso il suo fine vita misterioso: non sarà la morte come ci si aspetterebbe secondo natura, ma avverrà una sorta di processo di “trasfigurazione” di Edipo.
Nella mia lettura epistemologica clinica gestaltica è l’intervento di Teseo che consente questo percorso di “trasfigurazione”, che letteralmente è a mio avviso un “passaggio da una figura ad un’altra che emerge dallo sfondo”, un processo di cambiamento dalla figura centrale allo sfondo, sempre presente ma oscurato, che viene illuminato nella relazione del prendersi cura, generando una nuova figura, un nuovo senso della propria vita.
Edipo, viene cacciato da Tebe, la città che lui aveva liberato dalla peste, risolvendo l’enigma della sfinge, mandato in esilio in malo modo: gli si dice che la sua presenza contamina la città, lo si definisce portatore di sventure e maledizioni.
Il Sé di Edipo al confine di contatto con la città di Tebe ed i suoi abitanti governati da Creonte, fa emergere in lui la figura dell’uomo parricida ed incestuoso. Un vissuto agghiacciante, un macigno nel suo cuore, una confusione devastante dell’ordo amoris, una destrutturazione della sua identità.
Canterà il coro: “non nascere è il destino migliore, il secondo è tornare al più presto da dove siamo venuti” (v.1224-7)
Chi è Edipo? Un povero vecchio, cieco, zoppo, mendicante, vestito di cenci, che vaga alla ricerca di un luogo che l’accolga. Vicino a lui solo Antigone, figlia/sorella… e con lei giunge a Colono, un sobborgo di Atene, e anche lì gli abitanti, saputa la sua identità, provano “istintivamente ribrezzo”, la sua presenza pensano possa contaminarli e vogliono mandarlo via, ma poi una commovente preghiera di Antigone li impietosisce.
Alla preghiera di Antigone segue nella tragedia una apologia di Edipo, vibrante di verità vissuta: dimostrando che non ha “colpa alcuna” perché dice: “io ho sempre patito e niente agito”. È la nascita di una nuova etica dirà il grande grecista prof.Paduano: la morale delle intenzioni come unica fonte di giudizio delle esperienze umane.
A questo punto il coro perplesso degli abitanti di Colono, sospende il giudizio di contaminazione e si rivolge a Teseo, il loro re, chiedendogli di intervenire per una decisione.
E Teseo va incontro ad Edipo e appena giunge al suo cospetto cosi a lui si rivolge: “Figlio di Laio!” (v.553). Un Capolavoro -a mio avviso- questa parola “Figlio”, veramente un grande capolavoro del prendersi cura di Teseo verso Edipo! Ad un tempo con questa parola gli riconosce una identità originaria, quella di figlio, identità negatagli da Laio e fa rimbalzare sul mancato riconoscimento paterno tutte le sue sventure; e nello stesso tempo si offre a lui nella relazione come grembo accogliente di una nuova paternità. Lo riconosce come “figlio”, ovvero riesce a vedere in lui la parte fragile, rifiutata, ferita nei piedi forati e destinato a morte da neonato, un aborto nella mente dei suoi genitori, ed un miracolo vivente davanti a lui.
La forza di questa parola, “figlio”, cambia la figura dell’identità di Edipo: prima veniva definito con ribrezzo “parricida incestuoso”, adesso Teseo lo ri-definisce come “figlio”.
L’essere figlio è un desiderio nello sfondo del vissuto di Edipo che da sempre c’è stato, impresso nel suo corpo, martorizzato proprio da chi doveva prendersene cura, e nella sua psiche dalla nascita. Io credo che quando Edipo ha saputo da Tiresia la sua storia, più che dell’incesto e del parricidio, il dolore atroce è nel pensarsi abbandonato alla nascita, piccolo, inerme, innocente.
Dal dialogo con Teseo, Edipo riceve forza per gridare la sua innocenza, e nell’essere riconosciuto come figlio, prende consapevolezza a sua volta della sua paternità, ricostruisce il suo Sé e mette ordine nei suoi legami affettivi confusi. Si rivolge ad Antigone e ad Ismene chiamandole a sua volta: “Figlie”, e dichiarando loro quell’amore paterno che a lui era stato negato: “Non avrete mai da uomo un amore più grande del mio”.
L’Edipo a Colono di Sofocle è l’unica opera del teatro antico in cui la morte diventa poesia “pervasa da un lirismo struggente”. Nelle tragedie greche la morte di solito è descritta come evento traumatico che altera un equilibrio, in questa tragedia ultima di Sofocle accade l’opposto: la morte ricompone l’equilibrio spezzato, l’ordo amoris, e paradossalmente si propone come elevazione a nume tutelare. Infatti l’oracolo predice a Creonte che porterà sfortuna ai tebani non avere vicino la tomba di Edipo.
La divinità che aveva fatto toccare ad Edipo il fondo dell’abiezione ora consente che egli sia purificato e lo eleva al di sopra degli altri uomini, trasformandolo in nume tutelare, là dove sarà la sua sepoltura.
Per questa profezia Creonte prima, e Polinice dopo, cercano Edipo e vogliono che torni a Tebe. Tentano con varie argomentazioni di convincerlo. Creonte prima fa appello al legame familiare, alla vecchiaia e non sortendo lo sperato convincimento di Edipo, agisce con violenza rapendo le figlie e ricattandolo. Ma Teseo interviene e protegge Edipo e le figlie.
Così Edipo agli ateniesi farà dono della promessa, garantita dal Dio, di perenne inviolabilità della loro terra lasciando loro tutto ciò che ha: “il mio povero corpo” (v.576), dopo averlo purificato dalla contaminazione dell’incesto con i riti religiosi nel bosco sacro delle Eumenidi, e rivelando a Teseo i segreti di un buon governo da trasmettere di generazione in generazione.
Della profezia dell’oracolo sulla sepoltura di Edipo ne beneficeranno coloro che lo hanno accolto con pio rispetto ed umana comprensione ed hanno saputo guardare le sue atroci sofferenze con mente pura.
Molti dicono che si conclude la tragedia con il mistero religioso nel racconto del messo della prodigiosa sparizione di Edipo, trascurando invece che questo racconto del messo nella lirica greca, si conclude con la funzione terapeutica di Teseo che conforta le figlie di Edipo garantendo loro la sua protezione come promesso al loro padre.
Con la morte non finisce il prendersi cura di Teseo, ma continua con il supporto alle figlie di Edipo, come in psico-oncologia dopo l’accompagnamento nel fine vita, si continua a dare supporto ai parenti del defunto, il cosiddetto counselling per l’elaborazione del lutto.
Paola Argentino ©COPYRIGHT©
Medico, Psichiatra, Psicoterapeuta
Direttore di Master dell’Università Cattolica Sacro Cuore e della Scuola di Formazione in Counselling Professionista