La Tigre Assenza
pro patre et matre

Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…

Cosi il poeta Mario Luzi descriveva la poetessa Cristina Campo, di cui era stato grande amico: «Cristina riponeva nella memoria come in uno scrigno le gemme delle sue letture: erano pietre preziose che altri non vedevano o non sapevano apprezzare. La sua scrittura nasce nel riflesso di quei tesori; ma nasce energicamente, anzi impavidamente. […]. Cristina Campo credeva che la perfezione esistesse e, come altri che l’hanno creduto, non sapeva che farsene della perfettibilità.»
Scrittrice di racconti e fiabe, espertissima traduttrice anglofona e soprattutto grandissima poetessa del nostro Novecento, Cristina, nata nel 1923 e morta a 54 anni nel 1977, rimase però poco nota alle ribalte letterarie più in voga, nonostante conoscesse molti grandi letterati del suo tempo. Donna dal carattere solitario e quasi “monastico”, perché nata con una malformazione cardiaca che la costrinse a non frequentare amici e scuole pubbliche, ma a formarsi privatamente con la perenne vicinanza di due genitori artisti, trascorse con loro una buona parte della sua esistenza, vivendo di un suo mondo a parte fatto di libri, di pseudonimi letterari per non comparire troppo, di parole rarefatte in un linguaggio scelto e di una religiosità cristiana particolarmente ortodossa.

Ora, una simile donna, che di sé amava dire “ha scritto poco e le piacerebbe aver scritto meno” e non ha saputo scindere l’idea della sua fede da quella di una Bellezza assoluta, come ha potuto affrontare l’imperfezione della morte che le ha strappato entrambi i genitori, a poco tempo di distanza, lasciandola in una profonda solitudine? Cristina era una poetessa e in questo testo stupendo, “La tigre Assenza”, comparsa prima nella raccolta “Poesie sparse” e poi nel postumo volume dallo stesso titolo La Tigre Assenza, pubblicato nel 1991 dalla carissima amica letterata Margherita Pieracci, trova una soluzione ardita allo strazio che le genera la mancanza dei suoi cari. In un certo senso Cristina si prende cura della sua pena dovuta all’assenza dei genitori, evitando però il tema abusato della memoria e del ricordo, topos letterario per eccellenza in questi casi.

Straordinariamente originale è infatti la sua trovata letteraria in un testo che i critici hanno definito “dalla struttura anulare”, capace di stringersi tutto attorno al suo io orante: la poesia infatti si apre con una invocazione agli amati genitori, chiamati solo “amati”, presentando una personificazione simbolica dell’Assenza, sotto le spoglie di una Tigre. La tigre, oggetto onirico per eccellenza, archetipo junghiano del femminile originario, cioè dell’Anima, metafisico simbolo di una aggressività a tratti vitale e a tratti distruttiva sta come una sorta di sfinge divoratrice del volto della poetessa, ormai semplice figlia ridotta a “volto” che è rivolto ai genitori perduti. E se le fauci della belva hanno divorato la dignità di un intero volto che cerca la relazione coi genitori, di Cristina rimane la bocca, altra icona simbolica, che sta per voce che si leva in preghiera: è infatti una bocca “sola, pura” che “prega ancora voi”… Quel “voi” sono i suoi genitori, coi quali immaginiamo abbia intessuto relazioni quotidiane di vita, di richieste e gesti comuni che fanno la sostanza di ogni giornata che scorre (citiamo solo brevemente la lettera ad un’amica: “Stasera, dopo averti parlato, mandai al cinema i ragazzi e mi misi ad aspettare la lettura di Albertazzi alla TV…”; “ i ragazzi”: ecco come amava chiamare i suoi stessi genitori), ed ora qui diventano figure da pregare in un pensato aldilà, dove i ruoli si invertono, e sono loro a intercedere perché la Tigre Assenza non devasti completamente la loro figlia, e non ne “divori la bocca e la preghiera”. Ostinatamente, come nei testi di un rito liturgico sacro, le parole della chiusa non cambiano, tornano a coincidere con quelle iniziali e confermano l’affermazione iniziale su Cristina fatta da Luzi: la sua scrittura nasce dai suoi tesori, dalle gemme delle letture che ha dentro. E così, in un testo che non si fregia di una metrica classica e consolidata, che usa la punteggiatura liberamente e ancor più liberamente la sintassi, vengono scomposti piani spaziali e temporali, quasi come si farebbe in un quadro surreale o metafisico, che avrebbe pure nella tigre un tema iconografico molto caro (si ricordi ad es. la presenza delle tigri nei dipinti di Salvador Dalì).

Nasce quindi la prima soluzione che è una scomposizione in piani spaziali: la tigre che divora riduce il piano del volto in sola bocca, che si assottiglierà infine in puro suono, cioè la preghiera! Scomposizione anche in piani temporali: all’inizio, nel tempo passato, l’assenza causata dalla morte ha divorato la relazione fisica di volti che si guardano, mentre nel presente al centro ci si aggrappa ad una sola bocca orante, che aggancia un futuro dove la preghiera passa ai genitori, i quali rendano possibile ancora la preghiera di chi rimane. Così Cristina tenta dunque di non farsi sbranare dalla Tigre Assenza, mentre non si aggrappa semplicemente al ricordo, ma coraggiosamente affronta il suo nemico, quel vuoto incolmabile che non le dà pace, gli dà un volto ferino da tigre e, umanamente, recupera quella fragilità che non può più negare. Comincia così ad ascoltare il suo corpo, ad ammettere che il lutto profondo ne desensibilizza parti, e insieme accetta che il suo aristocratico ideale di fede smaterializzi tutto in un’idea di preghiera che eterna la relazione; si tiene però ben stretta anche la sua Tigre, la quale, come nelle fiabe tanto amate, ha pure un nome: Assenza.

Capisce forse, Cristina, che solo da quel fondo può ricominciare a ricostruire una nuova Presenza?

Chiara Gatti