“Non avere paura delle difficoltà che incontri…
Ricorda che l’aquilone si alza con il vento contrario…
Mai con quello a favore …
Anonimo”
(Rita Garofalo, Controvento, 2008)

A prima vista ha tutta l’aria di una provocazione. O di qualcosa di insensato. Come è possibile porre in correlazione la felicità ed il cancro? Non è forse vero che, laddove c’è l’uno, l’altra non può trovarsi?
Eppure, a leggere solo alcune delle pagine di autori che hanno narrato l’esperienza personale della malattia o che hanno descritto gli stati d’animo di chi ha ricevuto la notizia che nessuno vorrebbe, sembra che non sempre le cose stiano così.
Certamente la notizia del cancro è devastante. “«Questo è un mieloma multiplo», mi dice con voce ferma. «Una brutta bestia» Sono le 15:01. La mia vita precedente è distrutta. Siamo a dicembre. Arriverò fino a marzo? Finisce così improvvisamente la vita, senza mai un avvertimento o un segnale d’allarme?” (Corrado Sannucci, A parte il cancro tutto bene, 2008).
Eppure Tiziano Terzani, noto giornalista e scrittore fiorentino, morto a causa di un tumore all’intestino nel 2004, nella parte iniziale del suo romanzo “Un altro giro di giostra” (2004) annota: “«Possibile che bisogna avere il cancro per godere della vita?» mi scrisse un vecchio amico inglese. Aveva sentito dire del mio essere scomparso e per e-mail mi aveva chiesto notizie. Gli avevo risposto che quella «notizia» era un mio scoop e che sì, dal mio punto di vista, quello era, se non proprio il più bello, certo il più coinvolgente periodo della mia esistenza. Viaggiare era sempre stato per me un modo di vivere e ora avevo preso la malattia come un altro viaggio: un viaggio involontario, non previsto. Gli scrissi che godesse di non avere il cancro, ma che, se voleva fare un esercizio interessante, immaginasse per un giorno di averlo e riflettesse su come non solo la vita ma le persone e le cose che ci stanno attorno improvvisamente appaiono in una luce diversa. Forse una luce più giusta”.
Sulla medesima scia Fausto Brizzi, regista, sceneggiatore e scrittore romano, che nel romanzo “Cento giorni di felicità” del 2013 scrive: “La verità è che si dovrebbe fare in modo che questo timer non fosse necessario. Però, insomma, per usare una metafora calcistica, anche nel calcio, spessissimo ci sono dei goal negli ultimi 2-3 minuti perché in qualche modo l’avvicinarsi della fine ti risveglia delle emozioni. Vince chi nella vita riesce a fare che questo avvenga tutti i giorni. È il messaggio nascosto tra le righe del libro: insomma fate in modo che ogni giorno della vostra vita sia uno degli ultimi cento. E non è così facile perché a volte vivi di costruzione di felicità successiva”.
In altri termini, tanto Terzani quanto Brizzi mettono in evidenza, l’uno per esperienza personale, l’altro mediante l’invenzione letteraria, come anche nella “malattia del secolo” (scorso) sia possibile trovare dell’oro. L’acquisizione corporea di una prospettiva “forse più giusta” sulle persone e sulla vita, la capacità concreta di godere delle piccole cose e la possibilità di abitare saldamente il tempo presente aprono sentieri di felicità possibile in un luogo, il cancro, a prima vista abitato solamente dalla desolazione della disperazione e della rassegnazione. E non si tratta di voci isolate.
Piuttosto di autori che, come anche Pierangela Pantani in “Da velocista a maratoneta” (2008), Rita Garofalo in “Controvento” (2008), lo stesso Corrado Sannucci ed altri ancora, hanno scelto di non tenere per sé i vissuti della malattia ma di narrarli con realismo e passione perché “attraverso il racconto puoi scoprire che la vita va avanti, anche se a volte presenta qualche intoppo, anche se a volte l’intoppo è una voragine irrecuperabile” (P. Pantani). Proprio così, la vita va avanti con una luce diversa. Una luce forse più autentica. Certamente più umana.

Andrea Sollena
Didatta del Master in Counselling Socio-Educativo

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