In vista dell’avvio della prima edizione del nostro Master Universitario di secondo livello in Psico-neuro-endocrino-immunologia (le iscrizioni sono aperte fino al 16 dicembre), abbiamo fatto qualche domanda alla dott.ssa Marina Risi, medico e cofondatrice della SIPNEI (Società Italiana Di Psico-neuro-endocrino-immunologia*. 


La PNEI è comparsa solo recentemente, eppure mette insieme saperi antichi. Per farla capire al meglio a chi ci legge – al di là delle definizioni scientifiche – su quale approccio si fonda?
Il paradigma PNEI nasce dalla convergenza della biologia, delle neuroscienze e delle scienze sociali. L’approccio è fondamentalmente sistemico e rispettoso della complessità del vivente. La possibile inclusione di culture mediche antiche, quali ad esempio la Medicina Tradizionale Cinese, non faceva e non fa parte delle intenzioni degli scienziati che hanno fondato e contribuito alla dimostrazione del modello PNEI, bensì è la risultante di una visione comune nell’osservare e studiare gli organismi come reti interconnesse.

Come si è arrivati al superamento di quella frattura Corpo vs Mente che, per secoli, la filosofia prima e la medicina poi hanno sempre considerato centrale nei loro rispettivi campi di interesse e indagine?
La separazione Corpo-Mente deriva dalla visione meccanicistica e riduzionistica che studia le componenti degli organismi separatamente e quindi non riconosce la visione d’insieme. Il meccanicismo in Biologia  ha prodotto risultati straordinari nella conoscenza del funzionamento delle parti e la Medicina ne ha derivato terapie particolarmente efficaci nelle patologie acute e nelle tecnologie diagnostiche e chirurgiche. Dopo alcuni decenni di sensazione di onnipotenza medica, però, questo modello ha mostrato le sue fragilità nella cura del carico globale di malattie croniche ed è proprio da questa crisi della biomedicina che nasce l’opportunità di un nuovo modello scientifico che ricomponga ciò che la Natura non aveva mai separato, ovvero il Corpo e la Mente.

Quali sono i cardini di questo nuovo modello terapeutico?
La PNEI si basa su un concetto fondamentale: la Psiche e i sistemi biologici di regolazione, ovvero il sistema Immunitario, Endocrino e Nervoso configurano un network, al cui interno la comunicazione è bidirezionale.
In altri termini, uno squilibrio psico-emotivo è recepito dagli altri sistemi, che moduleranno  le loro risposte per adattarsi allo stato di minaccia percepito; di converso una infezione, un’allergia, un’alimentazione squilibrata o stili di vita non salutari  possono interferire con l’umore e  la percezione di malessere psichico.

Dove è nata la PNEI? Chi ne ha parlato per primo? L’Italia in questo innovativo campo scientifico come si colloca?
Il fondatore della Psiconeuroimmunologia è Robert Ader, psicologo statunitense e ricercatore presso l’Università di Rochester, che nel 1974 dimostrò la connessione tra sistema immunitario, cervello e comportamento.
In Italia la divulgazione della PNEI sta aumentando, in verità piuttosto lentamente, anche grazie a sporadici master universitari, che sono molto apprezzati dai medici e dagli psicologi. La difficoltà principale alla diffusione del modello è la mancanza di inclusione nella formazione accademica, che è ancora basata su un paradigma meccanicistico.

C’è, tra gli insiemi conoscitivi e scientifici che compongono il sistema olistico della PNEI, qualcuno che “pesa” più degli altri? Che ruolo ricoprono la psicologia e la psicoterapia in questo giovane e innovativo approccio di cura?Gli elementi cardine della PNEI hanno pari importanza; il termine “Psico” che è all’inizio dell’acronimo PNEI può essere fuorviante. La psicologia e la psicoterapia sono competenze fondamentali, ma ricordo la bidirezionalità delle informazioni che attraversano il nostro sistema. La PNEI rappresenta  un ampliamento della teoria psicosomatica perché convoca i sistemi biologici nel loro ruolo di influenza  sulla psiche. Un esempio clinico? Nei pazienti affetti da patologie autoimmuni infiammatorie sono frequenti i disturbi dell’umore, soprattutto depressione, la cui intensità fluttua in accordo con la gravità dell’infiammazione. D’altro canto, l’80% delle diagnosi delle suddette patologie avviene dopo periodi di eventi stressanti particolarmente intensi e/o prolungati nel tempo. Ne consegue che la terapia ideale in questi casi dovrebbe prevedere competenze sia biologiche che psicologiche.

Secondo lei, pur a partire da un differente approccio, quanto e come il “prendersi cura” di radice gestaltica può aderire e rispondente ai criteri di cura insiti nel modello PNEI?
Credo che questo sia proprio il caso di una convergenza di presupposti e di intenti tra i due modelli, perché lo stile della  relazione terapeutica è fondamentale per l’applicazione clinica di un modello sistemico. L’empatia, l’ascolto, la presenza, lo sguardo del curante sono elementi imprescindibili per l’efficacia clinica. Altrimenti rischieremmo un esercizio di pura conoscenza dei meccanismi di regolazione fisiologica, senza la necessaria consapevolezza che il curato è un nostro simile che richiede un aiuto e sostegno per ritrovare la sua salute. Questa qualità di relazione terapeutica, ovviamente, potrà essere raggiunta solo se il curante ha avuto la capacità di osservare e curare prima di tutto se stesso.

 Ritiene che la PNEI possa dare un apporto importante anche in questo particolare periodo storico, attraversato da uno tsunami pandemico di proporzioni mondiali e causato da un virus totalmente, finora, sconosciuto come il Covid-19?
Assolutamente sì. A tutt’oggi, non esistono linee guida chiare e condivise per il trattamento delle prime fasi del contagio da Sars-Cov2. Abbiamo compreso che per gestire nel medio e lungo tempo questa pandemia, bisognerà rivedere soprattutto la medicina di territorio. Non è pensabile continuare a caricare le strutture ospedaliere con ricoveri di persone affette da vari gradi di intensità di  Covid; dobbiamo intercettare le prime fasi e mettere in atto azioni preventive oltre all’uso della mascherina, al distanziamento sociale e alle regole igieniche.
Sappiamo che le persone a maggiore rischio sono quelle con un maggior grado di infiammazione di basso grado, quali per esempio i diabetici e gli obesi. Questo virus ha un alto grado di contagiosità, ma se riequilibriamo il nostro sistema immunitario con un’alimentazione anti infiammatoria, rispettiamo i nostri ritmi biologici, svolgiamo un’attività fisica moderata ma costante, le nostre possibilità di guarire sono notevoli.
Ma prima di tutto, bisogna accogliere le istanze psicologiche della popolazione, messa a dura prova da questo lungo periodo di paura e incertezza sanitaria ed economica. Anche gli operatori sanitari devono essere sostenuti e aiutati a metabolizzare la mole di dolore, fatica e paura che hanno dovuto maneggiare e che dovranno ancora affrontare. E la letteratura scientifica abbonda di prove sugli effetti regolatori sul corpo della psicoterapia e della meditazione.

E in futuro, quale sarà secondo lei il ruolo della PNEI nel sistema nazionale sanitario a disposizione dei cittadini?
Non posso che augurarmi ed augurare a tutti i cittadini che la PNEI venga integrata nelle cure del sistema sanitario nazionale. Per citare George Engel, che nel 1977 formulò il modello biopsicosociale: “In una società libera, l’affermazione di un nuovo modello di cura dipenderà da coloro che avranno il coraggio di tentare nuove strade e la saggezza di fornire il supporto necessario”.

 Il cambio di mentalità e di approccio curativo che la PNEI comporta una nuova cultura medica: chi e come deve occuparsi della formazione delle figure professionali che la PNEI mette in campo?
Il paradigma PNEI non è alternativo al modello attualmente dominante, piuttosto apporta un contributo di ampliamento e integrazione per ricostruire l’interezza dell’essere umano.
Per creare una nuova cultura bisogna agire sulla formazione, che dovrebbe iniziare più precocemente possibile, ovvero dal percorso universitario.
In attesa di questo auspicabile scenario, purtroppo realisticamente non molto probabile in un prossimo futuro, credo si debba incentivare la formazione interdisciplinare con master professionalizzanti per i terapeuti ed eventi informativi alla popolazione, a partire dalla scuola. Per poter cambiare il modello culturale è importante non solo il cambiamento del modello scientifico a cui si riferiscono gli stakeholder della formazione, ma anche che gli utenti richiedano di essere finalmente visti e curati come meritano, ovvero come esseri complessi e interi.

 

*Marina Risi. Medico. Cofondatrice della SIPNEI (Società Italiana Di Psiconeuroendocrinoimmunologia ) di cui è stata vicepresidente dal 2008 al 2018.
Direttrice scientifica e docente di due edizioni di Master Executive presso il Cefpas in “PNEI e Cure Integrate” ( 2015-2016 e 2016-2017).
Ha svolto docenze sui temi dell’applicazione clinica della PNEI e su Stress e Genere in Master di II livello presso l’Università di Siena, Catanzaro, L’Aquila.
Ha fatto parte del comitato scientifico di vari convegni nazionali e internazionali.
È consulente esterno dell’Istituo Superiore di Sanità presso il Dipartimento di Neuroscienze Sociali.