“Non basta amare i giovani. Occorre che essi si accorgano di essere amati”. Don Bosco la sapeva lunga in fatto di giovani. La sua passione educativa attraversa i secoli e giunge fino a noi con tutta la freschezza  e la genuinità che è propria degli uomini integri.
Perché citare il santo dei giovani nell’affrontare un tema, quello del rapporto tra adolescenza e relazioni al tempo dei social network, che tanto urgente appare oggi? Per un motivo davvero importante: perché occorre sgombrare il campo della questione da ogni giudizio o pregiudizio che suoni minimamente anche da lontano come condanna tout court dei giovani. E non per un frainteso buonismo, tutt’altro.
La questione del rapporto tra i giovani e i social network  oggi è stata sovraccaricata da una lettura acido-moralistica che tende a bollare indistintamente i giovani come  irresponsabili, bene che vada, o come dipendenti, nei casi più estremi.
I social in questa vulgata degli adulti costituirebbero il male assoluto, mentre i giovani, ingenui e accecati, cadrebbero nelle maglie dei social come tante vittime di un fantomatico pifferaio. E sarebbero trasformati in maliziosi fruitori di una rete che al tempo stesso li rende vittime e carnefici. Risulta evidente agli occhi di chiunque voglia tentare un approccio sereno alla questione che una simile narrazione fa acqua da tutte le parti. Soprattutto tale lettura del fenomeno social non mostra interesse e comprensione verso un mondo, quello giovanile, quanto mai ricco di desideri e bisognoso di relazioni.
È quanto emerge da una ricerca condotta recentemente su un campione di circa duecento adolescenti tra i 16 e i 18 anni  di un liceo del palermitano. La ricerca in questione rivela come i giovani siano ben consapevoli tanto degli aspetti positivi nell’uso dei social quanto di quelli negativi. Il desiderio di comunicare, condividere, conoscere, tenersi in contatto emerge in tutta la sua forza tra gli adolescenti intervistati, a testimonianza di una sete di relazione che connota in maniera forte l’età dell’adolescenza.
Al tempo stesso i giovani hanno ben chiari gli aspetti negativi riscontrabili nell’utilizzo dei social: in primis la manipolazione, il tatticismo, il cyberbullismo.  Aspetti che, è il caso di sottolinearlo, altro non sono che degenerazioni relazionali o, detto diversamente, relazioni tossiche. Insomma, da qualunque parte si osservi la questione, un dato emerge con chiarezza inconfutabile: i giovani frequentano i social per quel desiderio che è intrinseco alla natura umana, vale a dire la ricerca di relazioni sane e nutrienti che possano soddisfare il bisogno innato di stare con gli altri. Se lo strumento dei social può a modo suo venire incontro a tale umanissimo desiderio, quale critica ragionevole gli adulti o, come dicono i giovani, i boomer possono muovere ai social?
Il problema non è dei social in sé, ma del loro utilizzo. E di questo i primi ad essere consapevoli sono proprio loro. A questo punto, allora, la questione si sposta, o meglio, viene focalizzata: perché alcuni giovani abusano dei social? Quale malessere vivono quei ragazzi e quelle ragazze che trasformano un mezzo di relazione in qualcosa che nuoce non solo alle relazioni ma anche a se stessi?
Ecco allora che i social possono costituire, e di fatto costituiscono, un luogo nel quale un adulto dallo sguardo attento può individuare non solamente la cifra caratteristica dell’adolescenza, ossia la ricerca di nuovi contatti e relazioni, ma anche le ferite e le fragilità, i bisogni e i sogni infranti di una generazione mai quanto oggi “gaudente e disperata” al tempo stesso. Un adulto dallo sguardo sereno, per tornare al punto di partenza, a don Bosco, guarderà con amore a quel mondo social e ai giovani che lo popolano per offrire a ciascun giovane affidato a diverso titolo alle sue cure quel calore relazionale ordinato di cui ogni giovane – di oggi, di ieri e di domani – ha al tempo nostalgia e desiderio.

Andrea Sollena
Didatta del Master in Counselling Socio-Educativo