“Uno sguardo sull’oggi”, la nuova rubrica del nostro blog, intende essere uno spazio di condivisione e riflessione sul contesto storico-culturale attuale, con la “lente di ingrandimento” della Gestalt Therapy e delle Neuroscienze.
Questo scritto della prof.ssa Agata Pisana evidenzia, nel presente  vissuto di incertezza globale sulla riapertura delle Scuole di ogni ordine e grado, un’àncora di salvezza nella “Funzione Personalità del Sé” delle insegnanti, ovvero la potenzialità di tutti i docenti di integrare nella relazione didattica le proprie emozioni, fatte di ansie e preoccupazioni, ma anche di tensione all’incontro de visu, di gioia di rivedersi, pur con la mascherina. E dunque di accogliere i propri allievi con disponibilità all’ascolto dei loro vissuti emotivi, e di quelli dei loro genitori, nel periodo del lockdown. Per assolvere a questo delicato compito educativo è auspicabile per tutti gli insegnanti piuttosto che soltanto un potenziamento di abilità tecniche informatiche, una formazione specifica in counselling socio-educativo gestaltico.

Paola Argentino 


Catapultati in un mondo mai nemmeno ipotizzato, investiti di incombenze sconosciute, i docenti del 2020 si sono trovati dinanzi ad uno scenario professionale che era tutta un’incognita e in cui erano obbligati a muoversi (e con agilità, per giunta!). Nella sola Italia parliamo di 800.000 persone. OK: era emergenza. Ed emergenza ben più lieve di quanto non lo fossero le necessità sanitarie o economiche che hanno travolto il mondo. C’era anche la sfida della creatività. C’era quella buona volontà che non manca mai a chi ha scelto il mestiere del prendersi cura. Ma sono passati mesi. Ad agosto il MIUR pubblica le “Linee guida operative per la didattica integrata”: nuove indicazioni, qualche accenno agli obiettivi, uno scioglilingua di inglesismi che indicano le modalità didattiche realizzabili anche a distanza (ormai non più definiti DAD ma DDI: grande novità!). 

Sono stati stanziati tre milioni di euro per attrezzare le scuole. E noi? Noi docenti, i nostri alunni? Siamo ‘attrezzati’? Nessuna iniziativa si intravede all’orizzonte che costituisca riflessione su come è cambiato l’essere insegnante e l’essere studente. Come mi percepisco io, docente, che vedo i miei alunni da un monitor? Alle cui spalle vedo la loro stanza da letto, i loro pupazzi ricordi d’infanzia ancora appoggiati là al cuscino, ad arredarlo e a ricordare che quei tempi delle bambole sono ancora vicini? Posso guardare queste ragazze oggi un po’ impacciate ad essere collegate da casa propria, probabilmente con le pantofoline di peluche ai piedi, come le vedo quando spavalde, accese dal bacetto trafugato dal compagno un attimo prima in corridoio, entrano in classe e salutano compiaciute? Non hanno gli stessi occhi maliziosetti e pieni di futuro, né io posso guardarle con la distanza di chi dalla cattedra fa notare i cinque minuti di ritardo, pur sapendo che sono proprio quei cinque minuti che le regalano questo salutare sorrisetto malizioso di donnina che cresce. Forse le abbraccerei, una per una, maternamente, dicendo: “Stai tranquilla, non ti preoccupare”. Ma se mi ascolto sento dentro di me questo gesto incoerente col mio essere docente e ‘retrofletto’, cioè trattengo ciò che il mio cuore mi porterebbe a fare e che a vederle in classe, in un contesto diverso, non ho mai sentito. 

Sarebbe necessario fermarsi ed interrogarsi su quella che in Gestalt si definisce ‘funzione -Personalità’ (Chi sono io? Chi sono diventato?), cioè il modo in cui sento nel mio corpo la mia dimensione di educatore: quell’«identità corporea costruita attraverso le tante assimilazioni di esperienze di vita e di contatto» (G. Salonia). 

Ci vorrebbero spazi (anche virtuali) di condivisione, volti a cui dire tutto il proprio disagio e la propria confusione. Perché non è ignorando le difficoltà che queste si affrontano. Non è dando strumenti tecnici che i cuori si attrezzano. Sono stati stanziati fondi e fondi per corsi di formazione sulla DDI, affidati ad esperti in didattica digitale: quanto a counsellor, a psicologi e psicoterapeuti che possano accogliere fatiche relazionali più che difficoltà digitali? 

Ci siamo chiesti, noi insegnanti del 2020, quanto sarà più urgente, tornando in classe, far raccontare ai nostri alunni come hanno vissuto la distanza più che sommergerli di lezioni di recupero? Le domande sul ‘cosa sento’ e ‘chi sono io che sento’, l’importanza del raccontarsi, la relazione che precede i contenuti, la consapevolezza… quanto vorrei che fossero concetti assimilati e propri di tutto il personale della scuola! Quanto sarebbe bello che ci fosse più Gestalt nelle scuole e nel mondo!  

Agata Pisana
Docente Master in Counselling Socio-Educativo