Nel gruppo di studio relativo al Master in counselling socio educativo, dove hanno lavorato circa 25 persone, l’idea che il prendersi cura si appoggi anche su una spiritualità è stata declinata lungo tre linee principali, tutte relative alla persona dell’educatore, al suo equilibrio e alle modalità con cui vive il suo ruolo.
La prima indica come una relazione socio educativa non possa mai portare alla messa sullo sfondo di una delle due parti che la realizzano. In particolare la tendenza a pensare che l’educatore possa o debba “distrarsi” da sé stesso, fino anche ad un suo “azzeramento”, per mettere al centro la persona e spendersi per lei, viene riconosciuta con chiarezza come una mancanza radicale di spiritualità, nel senso di una mancata coltivazione della vita che sale da dentro di sé per incontrare la vita dell’altro. Qui spiritualità della cura diventa la custodia del proprio equilibrio vitale come base di qualsiasi possibile relazione e sviluppo umano: nessuno può amare l’altro senza amare sé stesso.

Così, dopo aver messo al sicuro la base, la seconda linea si inoltra nel dettaglio del rapporto socio educativo e mostra come questo tipo di relazione chieda rispecchiamento, interezza e reciprocità. La capacità di rispecchiare l’altro entra nel cuore dell’efficacia educativa e qui spiritualità significa coltivazione dell’intenzione di rimandare all’altro la visione di lui il più possibile pulita, reintegrata e globale. Senza questo non esiste educazione intenzionale, ma solo addestramento e condizionamento. E per ottenere un tale rispecchiamento la persona che educa deve porsi nella relazione con tutto sé stesso, interamente. Qui spiritualità si traduce nella coltivazione dell’armonia di sé, di tutte le proprie dimensioni, a servizio dell’altro. Quando ciò accade è inevitabile che la relazione educativa mostri una profonda reciprocità, in cui la crescita non è a senso unico, ma muove e sviluppa entrambe le persone coinvolte. E qui spiritualità significa coltivare la disponibilità al mettersi in gioco, a nudo, lasciando che la propria umanità così com’è, senza troppe maschere, possa essere il luogo dove l’altro si ritrova, si rinfranca, e si rimette in cammino.

La terza linea, riunificando le analisi delle prime due, si muove verso uno sguardo sintetico, dove la relazione socio educativa di cura diventa un percorso che smettendo la pretesa di forzare la vita da un parte o dall’altra, la lascia andare così com’è, solo mantenendola nella relazione tra sé e l’altro, accorgendosi così che, se coltivata, la vita finisce per generare vita. Qui spiritualità diventa riconoscimento stupito e grato del mistero in cui siamo immersi come esseri viventi e della sua visibile traduzione nella quotidianità delle nostre vite, che con segni e gesti ordinari e quasi banali, possono invece raccontare il desiderio della Vita di mantenersi, donandosi. Troviamo ciò impareggiabilmente disegnato nella poesia di Elena Bono dal titolo “Ecco già la fanciulla” che dipana nella vita di Maria di Nazareth l’icona più incarnata e trascendente possibile.

Gilberto Borghi
Didatta del Master in Counselling Socio-Educativo