Continuiamo la rubrica delle esperienze del prendersi cura, in continuità con il webinar sulle fiabe in medicina, con la pubblicazione di una fiaba: “Il paese degli occhi chiusi”, scritta dal dr. Marino Scarpocchi, medico specialista oftalmologo, iscritto al nostro Master in Psicologo di Base e Counselling Sanitario, che – in tal modo – ha reso giocoso ai bambini il momento del mettere il collirio per la visita oculistica.

La fiaba, infatti, è uno strumento relazionale terapeutico potente nell’infanzia, perché usa un linguaggio metaforico vicinissimo al cuore dei bambini, sfiora delicatamente le loro emozioni e suscita fantasie e  immagini magiche e quanto mai con corrispondenze reali. Diversi gli studiosi che si sono occupati della valenza psicologica delle fiabe, e degli effetti terapeutici, che possono avere nell’infanzia, tra i quali Bruno Bettelheim e Marie- Louise von Franz. Ma anche gli adulti ricevono dalle fiabe effetti psicologici positivi, soprattutto nella relazione del prendersi cura.

Nel webinar di medicina narrativa con il focus sulle fiabe, anche noi adulti, siamo rimasti incantati dalla fiaba narrata dalle bravissime insegnati Dada e Gheri come evento esperienziale della loro lezione dal titolo “La fiaba come metafore dalla crescita”.  E certamente in coro possiamo dire, unitamente alla pediatra dr.ssa Carlotta Ragusa e alla psicoterapeuta dr.ssa Alessandra Pitino: “Ogni bambino merita una fiaba”, ma anche aggiungere “Ogni adulto ha meriti preziosi nel raccontare una fiaba”.

È facile iniziare il racconto di tutte le fiabe: “C’era una volta…In un regno lontano, lontano… Tanto tempo fa”…, frasi che producono una lontananza spaziale e temporale, e ci trasportano in una dimensione quasi onirica, che supera il rapporto causa-effetto. Questo è uno dei motivi per cui le fiabe è bene leggerle ai bambini prima di dormire, in continuità poi dei sogni.

Purtroppo i dati di una ricerca del 2019 di Book Trust, la più grande organizzazione benefica del Regno Unito per la lettura dei bimbi, evidenziano come su 1000 genitori, con figli di età sotto i 10 anni, solo il 28% legge una fiaba la sera ai figli, prima della buonanotte, mentre ben il 26% delega a fare ciò all’assistente Alexa (!).

È bene dunque chiarire subito che il primo effetto benefico che le fiabe determinano è di rafforzare il legame affettivo genitori/figli, l’acquisizione del linguaggio emozionale comune e la sicurezza di base. Le neuroscienze dimostrano infatti che nella co-costruzione di storie narrate, genitore e figlio entrano in una  forma diadica di risonanza bilaterale, ove ciascuno entra in uno stato di integrazione interemisferica cerebrale, che facilita la comunicazione interpersonale e la relazione di attaccamento sicuro, e sviluppa nel bambino capacità di integrazione autonome.

Riprendiamo dunque a raccontare le fiabe ai nostri figli e nipoti, ricreiamo quel cerchio magico di fuoco emotivo, che riscalda le relazioni affettive in famiglia e nella società.

Paola Argentino 

 

Il Paese degli Occhi Chiusi

Tanto tempo fa, in una terra lontana lontana, c’era il paese degli occhi chiusi
Ogni abitante di questo paese aveva gli occhi sempre chiusi, anche il Re e la Regina, anche la Principessa Lumachina
Passavano tutto il giorno con gli occhi chiusi.
Questo fatto era un problema, perché si urtavano tutti i mobili che stavano nelle case, anche nelle strade ci si dava a volte delle capocciate senza farlo apposta.
Poi era un peccato non vedere tutte le cose belle che aveva quel paese: montagne, cascate, le onde del mare e dei prati.
Un giorno la Principessa Lumachina prese per la mano il Re-Babbo e gli disse: ”Sire…mio Signore…mio Re…Babbo INSOMMA!!! Perché non apriamo mai gli occhi??”
Lui rispose:” Non sono il Re, sono Pasquale, il giullare speciale! ma se per te fa lo stesso, rispondo adesso.”
Lumachina, coprendosi le labbra, fece una risatina.
“Scusami Pasquale, dimmi, è uguale!”

Paquale allora, dopo aver accarezzato la testolina di Lumachina, anche per essere sicuro che era proprio lei, cominciò a raccontare.

“Il Popolo degli occhi chiusi, nel passato
li aveva aperti non te ne hanno parlato?”

Lumachina fece no con la testa, Pasquale non la vide e rimase in attesa.
Dopo cinque minuti di silenzio Lumachina disse: “NO!!! DIMMI!!!”
Pasquale riprese.

“C’era un mago molto potente
anche buono, di nome Clemente
lo venne un bel giorno a cercare
una Principessa che amava parlare
ma non riusciva bene a vedere.

Allora lui con una bella pozione
prese due gocce dal pentolone
le mise negli occhi di Principina
che allora era una bella bambina
Per fare effetto, però, l’incanto
doveva venire un po’ di pianto”.

Lumachina ascoltava incantata e sembrava ricordasse quella storia.
“Continua!” chiese a Pasquale, il giullare speciale.

“Così la Principessa un poco piangeva
sentendola, la gente, paura aveva
ma mentre poi, lei, meglio vedev!
e per il mondo girava e guardava
il popolo pauroso gli occhi chiudeva”

Lumachina fece un gran sorriso e aprì gli occhi.

Vide davanti a se montagne con le cime innevate, immensi prati con cavalli fuggenti in corse struggenti.
Laghi lucenti, riflettenti stormi di uccelli, su cieli di azzurri splendenti.

Pasquale, il giullare speciale, era davanti a lei, ma non aveva il cappello da pagliaccio, era quello a punta dei maghi…

“Ma tu…!?”!
Disse Lumachina.

“Si, sono Clemente! Hai visto che bello vedere la gente!?”

Marino Scarpocchi