Filo da Torcere è un progetto sperimentale iniziato nel 2016 durante l’esperienza del mio tirocinio come Counsellor in formazione all’interno dell’Istituto di Neuroscienze e Gestalt Therapy Nino Trapani.  Si tratta di uno spazio aperto alle donne, un luogo buono da abitare con fiducia, con libertà e con piacere, una opportunità tra donne e per le donne che favorisce l’affidarsi per trovare le parole e per poter dire i propri vissuti.

Questo progetto nasce a Palermo nel quartiere storico dell’Albergheria a Casa Santa Chiara e prende avvio dal desiderio di mettersi in ascolto delle donne, di interessarsi delle loro storie e dei loro reali bisogni. L’obiettivo principale è il prendersi cura di ogni donna che arriva da noi attraverso la relazione, che diventa occasione di crescita personale, porta alla conoscenza e alla consapevolezza di sé, e fa emergere in ciascuna delle destinatarie risorse uniche.

Il proposito non è di condurre a un traguardo già stabilito, ma di dare la possibilità di costruire con e per le donne uno spazio fatto d’incontri e relazioni significative, accompagnandole attraverso attività laboratoriali e momenti formativi, perché entrino in contatto con la propria interiorità nel confronto con le altre, e ne traggano beneficio per vivere la propria vita e scoprire di cosa sono capaci. In tutto questo, a partire dalla singolarità di ogni donna, si tiene conto del bagaglio esistenziale, della storia e del contesto sociale, culturale e soprattutto familiare, per questo l’obiettivo generale si declina di volta in volta in obiettivi individualizzati, e ogni percorso, pur inserito all’interno del gruppo, diviene unico.

Attraverso i colloqui personali si cerca di incoraggiare l’autostima e la creatività di ciascuna, di promuoverne l’autonomia personale, di sostenere la faticosa avventura della costruzione di sè stessa, di creare le condizioni perché impari a vedersi e a pensarsi in modo diverso e se possibile e necessario, di formulare insieme un progetto. Così che per chi non riesce a comunicare a motivo della non padronanza della lingua italiana, il primo obiettivo sarà quello di dare le basi per apprenderla perché esca dalla propria solitudine e impari a esprimersi e a comunicare con gli altri, per chi vive una condizione d’isolamento, il passo da fare sarà quello di favorire l’amicizia con altre donne attraverso il gruppo, per chi ha vissuti dolorosi l’orientamento sarà quello di accompagnare e sostenere le emozioni attraverso un ascolto empatico e le varie attività. Per chi presenta diverse problematiche familiari la direzione sarà di rafforzare il lavoro di rete con i servizi sociali e le figure competenti, così da sostenere la persona e la famiglia, con particolare attenzione alla situazione dei bambini.

Per quanto riguarda la metodologia, gli strumenti del prendersi cura utilizzati sono stati quelli appresi durante gli anni di formazione al Pastoral Counselling e poi affinati nel Master in Counselling socio educativo ovvero: l’ascolto empatico, la relazione di fiducia, il gruppo declinati di volta in volta in varie vie di cui il narrarsi è stato il filo conduttore di ogni fase e di ogni attività svolte fino a oggi. Questo è avvenuto attraverso diversi canali, primo tra tutti il corpo, che con i suoi gesti e le sue posture, più loquaci di tante parole, è stato il primo protagonista dei vari laboratori; a seguire la realizzazione di borse la cui decorazione è una forma di auto narrazione, molto vicina all’arte terapia per il modo in cui avviene e per i suoi risultati; e ancora utili ed efficaci sono state la danza e la drammatizzazione. Un’altra via importante in cui la relazione si è costruita è stata la Scuola d’Italiano e di cultura, come anche il confronto con artisti e artigiani che ha dato nuovi input e spunti di riflessione, permettendo alle donne di cominciare a esplorare “nuove terre” e aprire orizzonti e prospettive. Nel progetto è stata anche evidenziata l’interazione delle donne con i loro figli, grazie ad alcuni laboratori svolti insieme e a dei momenti di formazione sul compito e sul dono dell’essere madri. Infine un’ultima azione, che si è rivelata fondamentale, è stata il fare rete con operatori specializzati, con le Scuole e con i Servizi sociali, che ha permesso una visione integrata e un intervento mirato al benessere delle donne e del loro contesto familiare.

Tra le attività più importanti vi è sicuramente la sartoria, che permette di realizzare borse uniche come perle preziose che hanno valore autobiografico. Attraverso la decorazione e la scelta dei colori di ciascuna borsa, ogni donna può raccontare esperienze e vissuti che le appartengono e le emozioni che questi le suscitano e al tempo stesso rielaborarle.

I disegni delle borse sono molto semplici, e come sottolinea Erving Polster, sono solo lo scheletro di ciò che ogni donna vuole raccontare di sé, così che un albero non è più solo un albero, ma parla di vita che risorge, di crescita, dell’esistenza concreta e rinnovata di colei che l’ha realizzato. Per questo ogni dettaglio acquisisce un grande valore per il senso che gli viene attribuito, come nella borsa di Dory in cui sono raffigurate tante lacrime di diverse dimensioni e colori, per esprimere ricordi ed emozioni piacevoli e dolorosi, per raccontare la vita, la propria vita concreta con le difficoltà e preoccupazioni, ma anche con le soddisfazioni e le relazioni ritrovate, così che la nera lacrima di dolore che rimanda al momento della partenza dalla propria terra viene rappresentata grande tanto quanto la lacrima di gioia che attraverso il colore arancione descrive l’esperienza vissuta al momento presente all’interno del gruppo Filo da torcere. Tutto questo processo rende ogni borsa unica, ed è sempre accompagnata con un biglietto che ne contiene il messaggio e la spiegazione del disegno, con la firma di colei che lo ha realizzato. Questo modo di raccontarsi permette di evangelizzare e risignificare i propri racconti e di avviare così processi di guarigione di molte ferite.

Per concludere, lo spazio Filo da torcere può davvero essere descritto con le parole di Isaia 35,1-10:  “Il deserto e la terra arida si rallegreranno, la solitudine gioirà e fiorirà, si apriranno gli occhi dei ciechi, si apriranno le orecchie dei sordi, lo zoppo salterà come un cervo, il muto griderà di gioia, dal suolo riarso sgorgheranno sorgenti d’acqua, ginocchia vacillanti prenderanno forza per un nuovo cammino”.

Filo da Torcere rimane un percorso aperto che grazie agli anni di formazione si apre a nuove prospettive come quella di una Casa per le donne che si chiamerà l’Ancora e che prende ispirazione dalle parole della nostra direttrice Paola Argentino: “Nei momenti di disorientamento si ha bisogno di un’ancora relazionale dove fermarci e riprendere fiato”.

Suor Maria Teresa Murgano